venerdì 12 agosto 2011

LAMU: un'isola dove il tempo si è fermato

IL VENTO salmastro gonfiava la vela, spingendo la piccola imbarcazione di legno. In alto sopra il ponte, avvinghiato all’albero, il marinaio di vedetta scrutava l’orizzonte per avvistare la terra, sforzando gli occhi a causa del riverbero del sole sull’Oceano Indiano. Era il XV secolo, e questi marinai cercavano l’isola di Lamu.

Oro, avorio, spezie e schiavi: l’Africa forniva tutto questo. Attirati dai tesori dell’Africa e mossi dal desiderio di scoprire nuovi territori, uomini intrepidi facevano vela da lidi lontani per la costa dell’Africa orientale. Sfidavano mari in burrasca e venti impetuosi alla ricerca di tesori. Stipati in angusti velieri, intraprendevano lunghissimi viaggi.
Circa a metà della costa orientale dell’Africa un gruppetto di isole, l’arcipelago di Lamu, offriva a questi naviganti e alle loro fragili navi un porto ampio e sicuro, protetto dalla barriera corallina. Qui i marinai potevano fare provvista di acqua dolce e viveri.

Nel XV secolo l’isola di Lamu era già un prospero centro di scambi e di approvvigionamento. I marinai portoghesi che arrivarono nel XVI secolo vi trovarono ricchi mercanti che portavano turbanti di seta e morbidi caffettani. Donne profumate, con braccialetti d’oro alle braccia e alle caviglie, passeggiavano per le stradine dell’isola. Lungo tutto il molo erano ormeggiate navi con le vele latine ammainate, stracariche di mercanzie destinate a paesi stranieri. Gruppi di schiavi legati insieme attendevano di essere caricati sui sambuchi.

I primi esploratori europei rimasero sorpresi dalle ottime condizioni igieniche e dalle gradevoli forme architettoniche di Lamu. Le case sul lungomare erano fatte con blocchi di corallo tagliati a mano nelle cave del posto. Pesanti porte di legno, squisitamente scolpite, custodivano gli ingressi. Le case erano disposte in file ordinate per consentire ai freschi venti marini di soffiare nelle stradine dell’isola e recare un po’ di refrigerio in quel caldo soffocante.

Le abitazioni dei ricchi erano grandi e spaziose. Nei bagni c’era l’acqua corrente fornita da impianti idraulici primitivi. Il sistema di smaltimento delle acque luride era altrettanto sorprendente e più perfezionato di quello di molti paesi europei dell’epoca. Grandi canali scavati nella pietra scendevano verso il mare trasportando le acque di scolo in profonde fosse ricavate nella sabbia lontano dalle sorgenti di acqua dolce. Nelle cisterne di pietra che fornivano l’acqua dolce alle case venivano messi dei pesciolini che si nutrivano di larve di zanzara, tenendo così sotto controllo i fastidiosi insetti.

Nel XIX secolo Lamu forniva ai sambuchi che solcavano il mare grandi quantità di avorio, olio, semi, pelli di animali, gusci di tartaruga, denti di ippopotamo e schiavi. Col tempo, però, la prosperità di Lamu cominciò a diminuire. Pestilenze, incursioni di tribù ostili e restrizioni imposte alla tratta degli schiavi ridussero l’importanza economica di Lamu.

Un tuffo nel passato

Entrare oggi nel porto di Lamu è come fare un tuffo nel passato. Un vento costante soffia dalla grande distesa azzurra dell’Oceano Indiano. Piccole onde turchesi lambiscono le spiagge di sabbia bianca.


Sambuchi di legno dalle forme antiche scivolano sull’acqua lungo la costa, con le bianche vele triangolari che sembrano farfalle in volo. Cariche di pesce, frutta, noci di cocco, mucche, galline e passeggeri fanno vela verso il porto di Lamu.


Al molo le palme, mosse dal vento caldo, offrono un po’ d’ombra agli uomini che scaricano le imbarcazioni. Il mercato brulica di gente che baratta rumorosamente le mercanzie. Questa gente non cerca oro, avorio o schiavi ma banane, noci di cocco, pesce e canestri.

All’ombra di un enorme mango gli uomini intrecciano lunghe corde con fibre di sisal e rammendano le vele dei sambuchi. Le strade sono strette e piene di gente che va e viene. Dai bazar i commercianti con i lunghi e morbidi abiti bianchi gridano ai passanti, invitandoli a entrare e a esaminare le loro mercanzie. Un asino tira faticosamente un carro pieno di pesanti sacchi di grano, facendosi strada in mezzo a tutta quella gente.

Gli abitanti di Lamu si spostano da una parte all’altra dell’isola a piedi, poiché non esistono mezzi di trasporto a motore. L’isola è raggiungibile solo con la nave.
A mezzogiorno, quando il sole è allo zenit, il tempo pare fermarsi. Pochi vanno in giro col caldo opprimente e perfino gli asini se ne stanno immobili con gli occhi ben chiusi in attesa di un po’ di refrigerio.


Allorché il sole comincia a calare e la temperatura si abbassa, l’isola sonnolenta riprende vita. I commercianti spalancano le pesanti porte scolpite per ricominciare l’attività, e terranno i lumi accesi fino a tarda notte. Le donne fanno il bagno ai bambini e poi strofinano loro la pelle con olio di cocco fino a farla brillare. Sedute su stuoie fatte con fronde di cocco, le donne cominciano anche a preparare da mangiare. Cucinano ancora direttamente sul fuoco senza fornelli, e preparano pasti squisiti a base di pesce aromatizzato con spezie e riso cotto nel latte di cocco. La gente è amichevole, ospitale e tranquilla.

Benché Lamu abbia perso lo splendore di un tempo, la tradizionale cultura africana dei secoli passati è ancora fiorente. Sotto il caldo sole tropicale la vita continua così come è sempre stata. Qui si può vedere il passato che convive con il presente. Lamu è davvero un’eccezionale superstite di un’epoca passata, un’isola dove il tempo si è fermato.


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martedì 2 agosto 2011

FARFALLE: MERAVIGLIE ALATE DEI TROPICI

LA PRIMA visita a una foresta pluviale tropicale potrebbe rivelarsi alquanto deludente per alcuni turisti. Aspettano con ansia di vedere animali e uccelli esotici; ma quasi tutti gli animali sono notturni e molti uccelli si nascondono in alto tra il fogliame della foresta.
“Molti segni indicano che la foresta è piena di vita: si odono rumori dappertutto”, spiega un libro sulle foreste pluviali. (The Mighty Rain Forest) Tuttavia lo stesso libro aggiunge: “A meno che non si sia disposti a dedicare una gran quantità di tempo ad aspettare pazientemente e ad esplorare, è molto probabile che non si avvisti nessun animale eccetto le farfalle”. Per la gioia dei turisti le farfalle tropicali, leggiadre e dai colori vivaci, rendono indimenticabile un’escursione nella foresta pluviale.
Le farfalle tropicali spiccano per grandezza, varietà e colore. Il verde della foresta fa da sfondo ideale alle farfalle di colore azzurro brillante, rosso e giallo, che svolazzano nelle radure. Oltre a quelle dai colori tradizionali, in Sudamerica potreste vedere anche farfalle dalle ali trasparenti. In altre specie la pagina inferiore delle ali ha un aspetto anche più appariscente di quella superiore. Le farfalle-gufo, dalle tinte smorte, hanno enormi macchie tonde simili a occhi di gufo che ravvivano la loro livrea bruna. Altre farfalle invece non sono vistose, e solo l’osservatore più attento si accorge che ciò che vede non è una foglia morta ma un insetto.
Spesso lo sguardo del visitatore è attratto più che altro dalle dimensioni delle farfalle tropicali. Alcune sono più grandi di un uccellino e svolazzano con altrettanta energia. Il numero delle diverse specie di farfalle che vivono nella foresta pluviale è pure notevole. La zona tropicale della Malaysia ospita circa un migliaio di specie e il Perú costituisce l’habitat di quattromila specie, ovvero del 20 per cento di tutte le specie del mondo.
Anche quando l’ala di una farfalla è coloratissima, in genere tutte quelle sfumature non dipendono dalla presenza di molti pigmenti diversi. L’ala consiste di una membrana trasparente rivestita da migliaia di piccole squame, e ogni squama contiene di solito un unico pigmento. Squame di colore diverso si combinano dando l’impressione di vedere un altro colore ancora, come avviene con i pixel che compongono le immagini di un televisore a colori.
Si potrebbe pensare che il momento migliore per ammirare queste stupende creature sia quando volano qua e là sui fiori, ma di solito non è così nella foresta pluviale. Quasi tutti i fiori sono in alto tra le chiome degli alberi, e poiché le farfalle sono attirate dal loro nettare, di cui si nutrono, il visitatore a terra non riesce a vederle. Meno male che i maschi delle farfalle scendono a terra per suggere il sale contenuto nel suolo umido. Si pensa che nel periodo dell’accoppiamento perdano indispensabili minerali e che questo serva a reintegrarli. Perciò un sentiero bagnato nella foresta o il margine di un rigagnolo potrebbero essere il posto ideale in cui osservare le farfalle nella foresta pluviale.
Forse vi capiterà di vedere anche un gruppo di farfalle sostare tutte insieme in un luogo. L’abitudine di fermarsi a dormire insieme è abbastanza comune tra le farfalle tropicali. Può darsi che qualcuna vi permetta di avvicinarvi mentre su una foglia si crogiola al sole del mattino. Anche se a quanto pare certe specie non si posano che di rado, la sola vista di queste variopinte creature in volo può rallegrare la vostra escursione nella foresta pluviale.

Uranidi (Uraniidae)
Appartenenti al gruppo delle cosiddette farfalle “notturne”, questi magnifici insetti svolgono attività diurna. La Chrysiridia madagascariensis del Madagascar, le cui ali presentano tutti i colori dell’arcobaleno, è stata descritta come “l’insetto più bello del mondo”.

Code di rondine (Papilionidi)
Famiglia numerosa di farfalle coloratissime, molte delle quali hanno una piccola “coda” nelle ali posteriori. Sono rapide nel volo e si nutrono dei fiori che si trovano nello strato superiore della foresta.

Ornitotteri (Ornithoptera)
Queste farfalle popolano il Sud-Est asiatico e l’Australia tropicale. Come indica il nome, sono farfalle enormi con un’apertura alare superiore a quella di molti uccelli. Per la loro bellezza e rarità valgono letteralmente tanto oro quanto pesano.

Morfo (Ninfalidi)
Diffuse solo nell’America Meridionale e Centrale, queste farfalle sono caratterizzate dalle ali di un azzurro metallico splendente. Il loro colore iridescente è determinato dalla diffrazione della luce. Mentre battono leggermente le ali, il blu intenso varia secondo l’angolo di incidenza della luce, creando un effetto cangiante








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