sabato 24 dicembre 2011

UNA SCALINATA VERSO IL CIELO


SI DICE che la loro lunghezza totale sia dieci volte quella della Grande Muraglia cinese. Secondo alcuni, se fossero messe in fila raggiungerebbero i 20.000 chilometri: metà della circonferenza terrestre! C’è chi addirittura le definisce l’ottava meraviglia del mondo. Eppure molti non hanno mai sentito parlare di questa meraviglia delle Filippine. Di cosa stiamo parlando? Della scalinata verso il cielo, ovvero delle risaie a terrazze sulla Cordigliera Centrale. Nascoste tra i monti dell’isola di Luzon, queste terrazze sono una straordinaria dimostrazione di bellezza e ingegnosità.

Perché furono costruite? I monti delle cordigliere sono talmente ripidi che normalmente non si potevano usare per scopi agricoli. In certi punti la pendenza supera il 50 per cento. Ma gli antichi agricoltori non si diedero per vinti. A 1.200 metri o più sul livello del mare crearono migliaia di terrazze sulle pendici delle montagne verdeggianti. A volte ci sono 25, 30 o più terrazze una sopra l’altra, come un’immensa scalinata che si innalza verso il cielo. E ciascuna d’esse è un irriguo campo coltivato, delimitato da argini di terra sostenuti da muri di pietra. Quasi tutte sono coltivate a riso e seguono il profilo della montagna; alcune sono concave, altre convesse.

Naturalmente, le coltivazioni a terrazze non sono una prerogativa delle Filippine. Esistono anche in altri paesi, soprattutto nel Sud-Est asiatico, in Sudamerica e in certe parti dell’Africa. Ma le risaie a terrazze delle Filippine sono uniche sotto molti aspetti. Mario Movillon, dell’Istituto Internazionale di Ricerca sul Riso, ha detto: “Le risaie a terrazze delle Filippine sono molto più estese dei terrazzamenti presenti in altri paesi. Ricoprono buona parte dei monti della Cordigliera”. Molte si trovano nella provincia Ifugao. Non si può fare a meno di rimanere colpiti dall’enorme numero di terrazze, che aggiungono un tocco di bellezza al profilo naturale delle montagne.

Una delle meraviglie del mondo?

È un’esagerazione definirle l’ottava meraviglia del mondo? Ebbene, riflettete su questo fatto: È probabile che rappresentino il più grande progetto agricolo singolo della storia umana. Nel dicembre 1995 l’UNESCO (Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura) ha deciso di includere le risaie a terrazze degli ifugao nell’elenco del “Patrimonio mondiale dell’umanità”. Ora, pertanto, le terrazze sono messe sullo stesso piano di altri luoghi di grande valore storico e culturale, come il Taj Mahal in India, l’arcipelago delle Galápagos in Ecuador, la Grande Muraglia cinese e l’Angkor Vat in Cambogia. Ma a differenza di altre antiche costruzioni, a quanto pare queste risaie a terrazze furono realizzate grazie agli sforzi della comunità, non impiegando schiavi. Inoltre, non si tratta di un luogo abbandonato, ma vengono tuttora attivamente coltivate dagli ifugao.

Se andate a vedere le risaie, potrete ammirarne di persona la straordinaria bellezza. Vedrete persone che lavorano nelle terrazze, la cui superficie va da pochi metri quadrati a un ettaro. Alcuni bucherellano il terreno con dei bastoni per far penetrare l’acqua, accompagnandosi con il canto. Altri piantano il riso, ne trapiantano le pianticelle oppure lo mietono. Se capitate nella stagione in cui spuntano le nuove pianticelle di riso, le terrazze formano uno stupendo mosaico di varie tonalità di verde.

Le varietà di riso che si coltivano qui hanno bisogno di moltissima acqua. Perciò esiste un complesso sistema di irrigazione. Attraverso un intricato sistema di canali e tubi di bambù l’acqua dei ruscelli montani viene convogliata alle terrazze. Sfruttando la gravità, una regolare provvista d’acqua viene distribuita da una terrazza all’altra. Lungi dall’essere un monumento senza vita, le terrazze sono una meraviglia vivente!

Chi le ha costruite?

Va da sé che queste migliaia di terrazze non sono state certo costruite da un giorno all’altro, e nemmeno in pochi anni. Non bisogna dimenticare che i costruttori non avevano a disposizione gli attrezzi o i macchinari moderni. Si ritiene perciò che la creazione delle terrazze sia iniziata come minimo diversi secoli fa.

Certi archeologi sostengono addirittura che il lavoro di terrazzamento iniziò ben 2.000 anni fa. Secondo gli antropologi, i costruttori potrebbero essere arrivati dall’Indocina settentrionale o dall’Indonesia ed essersi stabiliti nell’isola di Luzon, portando con sé la cultura delle risaie a terrazze. Con il tempo, alle terrazze già costruite vennero aggiunti un po’ alla volta nuovi livelli.

Come ammirarle

Facciamo ora un viaggio immaginario per ammirare le terrazze. Per prima cosa prendiamo un autobus con l’aria condizionata che ci porta da Manila alla città di Banaue, nella provincia Ifugao. Il viaggio dura circa nove ore. A questo punto abbiamo diverse possibilità. Potremmo decidere di camminare oppure prendere un trycicle (una motocicletta con una specie di sidecar) o un jeepney. E se ne avessimo la voglia e l’energia, potremmo prendere uno dei sentieri che si addentrano fra i monti e che si possono percorrere solo a piedi. Da qui si godono alcune delle vedute più spettacolari delle terrazze, e ci si rende meglio conto della vastità di questa meraviglia fatta dall’uomo.

Optiamo per un jeepney che va verso il villaggio di Batad. Impieghiamo più di un’ora per percorrere i primi 12 chilometri su un’accidentata strada di montagna. Da qui in poi proseguiamo a piedi. Saliamo pian piano fino a una cresta che congiunge due cime, passando in mezzo a una gran varietà di piante montane. (Ci sarebbe anche un percorso più breve, ma è molto ripido ed è sconsigliato a chi non è abituato alle arrampicate impegnative). Una volta arrivati sulla cresta imbocchiamo un sentiero angusto e lentamente scendiamo verso Batad.

Dopo aver camminato per un paio d’ore, godendoci l’aria fresca dei monti, finalmente arriviamo a destinazione. Qui le terrazze sono un vero spettacolo. Batad si trova su un versante concavo del monte, perciò le terrazze assomigliano a un enorme anfiteatro. Una sopra l’altra, formano un disegno interessante: sembra davvero un’enorme scalinata verso il cielo. Mentre ci avviciniamo al villaggio vediamo le tradizionali abitazioni ifugao, che spuntano qua e là come enormi funghi coperti d’erba.


Le persone del posto sono amichevoli e ci salutano mentre passiamo vicino alle terrazze dove stanno lavorando. Si spostano da un punto all’altro delle terrazze camminando sul bordo dei muri di pietra, con un’agilità che lascia sbalorditi. Altri si arrampicano da una terrazza all’altra con la sicurezza di uno stambecco, sfruttando alcune rocce messe in posizione strategica. Guardando più attentamente notiamo che sono scalzi. E tutto intorno c’è lo spettacolare panorama delle coltivazioni a terrazza: un raro esempio di un’opera dell’uomo che si inserisce armoniosamente nell’ambiente e ne diventa il complemento.

Questa descrizione vi attira? In tal caso, se andate nelle Filippine non lasciatevi sfuggire l’occasione di vedere questa scalinata verso il cielo, una meraviglia vivente che non dimenticherete facilmente.



martedì 27 settembre 2011

IL RINOCERONTE, VITTIMA DELLA SUPERSTIZIONE DELL'UOMO


IL corno massiccio che è sul naso del rinoceronte ha un aspetto pericoloso. È abbastanza strano che proprio quel corno sia risultato pericoloso per il rinoceronte. Esso è stato spietatamente cacciato per questo corno allo scopo di soddisfare una superstizione diffusa in molti paesi orientali. Sì, sono attribuite proprietà magiche al corno del rinoceronte, e un pezzetto di corno può costare molto.

Il corno magico

Quali sono le proprietà attribuite al corno di rinoceronte che spingono gli uomini a comprarlo anche ad alto prezzo? Alcuni ritengono abbia proprietà medicamentose, alleviando dolori reumatici e d’altro genere. Alcuni credono che mettendo il corno sotto il letto di una donna incinta il parto sarà meno doloroso. E chi possiede un corno lo affitterà in molte occasioni a questo scopo.

Si fanno anche tazze dalle corna di rinoceronte e si ritiene che possano neutralizzare un veleno o rivelarne l’esistenza. Alcuni pensano che il veleno contenuto nella bevanda farà incrinare la tazza o farà fare la schiuma alla bevanda.

Pare che l’usanza di fare tazze “a prova di veleno” con le corna di rinoceronte cominciasse verso la fine del quarto secolo D.C. A quel tempo si credeva che il mitico unicorno potesse rivelare il veleno con il suo corno. Naturalmente, le persone erano ansiose di procurarsi tali corna, e la domanda fu soddisfatta vendendo corna di rinoceronte come autentiche corna di unicorno.

La particolare richiesta di corno di rinoceronte, comunque, deriva dalla sua supposta proprietà di afrodisiaco, qualche cosa che serve a restituire all’uomo lo svanito potere sessuale. Il rinoceronte può accoppiarsi per un periodo di parecchie ore, e così è stato suggerito che questo spingesse gli uomini a cercar di ottenere un po’ di questo potere mangiando il corno. Può il corno del rinoceronte provvedere virilità sessuale, o è una semplice superstizione, senza alcuna base nella realtà?

Realtà o invenzione?

La ricerca di un afrodisiaco dura da molti secoli, e vari popoli hanno impiegato ogni sorta di parti di animali, incluse varie corna. Oggi gli uomini sono in grado di fare un’analisi scientifica del corno di rinoceronte e determinare così se tali asserzioni sono basate sulla realtà.

Corna simili a quelle del rinoceronte crescono su altri animali, talvolta anche sugli uomini, ma in tali casi sono formazioni patologiche, spesso nocive. Difficilmente possiamo immaginare che giovi mangiare un tumore o un’escrescenza che si trova sul corpo di un’altra persona o di un animale. Comunque, Jeremiah Diale, Basuto della Repubblica Sudafricana, accumulò una fortuna vendendo pezzetti di un tale corno che gli era spuntato sulla fronte. Nel 1923 fece un viaggio in India e pezzi del suo “corno” erano avidamente ricercati. Qualche tempo dopo, però, morì di cancro.

È stato asserito che il corno del rinoceronte stimoli le facoltà sessuali perché quando lo si mangia agisce da irritante. Si dice che il corno sia composto di peli agglutinati e, polverizzato, contenga minute particelle che si dice abbiano i bordi taglienti. Si afferma che queste particelle, una volta inghiottite, passino attraverso l’apparato digerente nella vescica e, venendo eliminate, provochino un’irritazione nell’uretra. In effetti, comunque, questo non è possibile. Poiché nessuna particella solida può passare attraverso l’apparato digerente nella vescica. Vi possono passare solo le sostanze dissolte, e quindi non è possibile provocare un’irritazione in questo modo. Per di più il corno è composto in realtà di cellule cutanee, ed esse non si scompongono in pezzi dai bordi taglienti.

Un’altra supposizione è che il corno contenga qualche sostanza chimica che reagisce in qualche modo sul corpo. È possibile, ad esempio, che nella sostanza del corno siano contenuti ormoni sessuali come il testosterone e che essi siano immessi nell’organismo della persona che ne fa uso?

Per rispondere a questa domanda, il dott. Werner T. Schaurte della Fondazione per la Ricerca sui Rinoceronti in Germania fece compiere approfonditi esperimenti. L’Istituto per la Fisiologia Animale dell’Università di Monaco compì un’analisi per scoprirvi ormoni steroidi. Non furono trovate tracce di ormoni. I risultati degli esperimenti stabilirono in modo conclusivo che non c’è nessuna prova scientifica per accettare l’affermazione che il corno di rinoceronte sia un afrodisiaco.

L’interesse dell’uomo in questioni di sesso lo ha portato a molte pratiche stolte e degradanti. Riflettendo sul soggetto, comunque, si dovrebbe comprendere la stoltezza di cercar di trasferire la qualità di un animale su un uomo mangiando o portando una certa parte dell’animale. L’uomo non può volare mangiando penne di uccello o rimanere sott’acqua a tempo indefinito strofinandosi sul naso scaglie di pesce, e non può neanche riacquistare lo svanito vigore sessuale inghiottendo il corno polverizzato di un rinoceronte.

D’altra parte, facendo la conoscenza del rinoceronte nel suo proprio ambiente e comprendendo la parte che svolgono tali creature per mantenere l’equilibrio della vita si trae vero beneficio terapeutico in quanto ci si libera delle preoccupazioni e delle frustrazioni della vita moderna.

Fate la conoscenza del rinoceronte nel suo ambiente

Il rinoceronte nero, dal labbro a uncino, si nutre di foglie e di giovani germogli d’arbusti. Per procurarsi il pranzo si serve spesso del corno anteriore (lungo talvolta più di un metro) per sradicare e rovesciare arbusti e alberelli.

Quell’uccello posato sul dorso del rinoceronte si nutre dei parassiti che si annidano nella pelle e nelle orecchie dell’animale. Questi vigili uccelli volano via facendo un gran rumore al comparire di un pericolo, avvertendo così il rinoceronte.

Benché il rinoceronte abbia un acuto senso dell’odorato e un buon udito, fa fatica a distinguere un uomo a più di ventitré metri. E se scorge qualche movimento a quella distanza, riterrà che il pericolo sia troppo vicino per sentirsi al sicuro e potrebbe caricare. Anziché essere un animale di temperamento irascibile, alcuni naturalisti dicono che con più probabilità è il timore a spingere il rinoceronte ad attaccare e la carica è in effetti difensiva piuttosto che aggressiva.

Ciò nondimeno, un rinoceronte di 1.300 chilogrammi, spinto all’azione, che carica a una velocità di 40-55 chilometri all’ora costituisce un formidabile avversario. Una locomotiva fu fatta una volta deragliare da uno di questi enormi rinoceronti. Il rinoceronte nero è felice d’essere lasciato in pace. Ebbene, facciamo proprio così e vediamo se possiamo trovare il suo cugino, il rinoceronte bianco.

Questo rinoceronte, il più grande di tutti i rinoceronti, può pesare fino a quattro tonnellate. Esso bruca l’erba e a differenza del rinoceronte nero ha la bocca quadrata, piatta e larga circa venticinque centimetri per cui gli è facile mangiare l’erba.

Un corno da primato appartenente a questo rinoceronte misurava centocinquantasette centimetri. Per fortuna è molto docile e di solito corre via se si accorge che gli siamo vicini. La sua reazione al pericolo, quindi, è in genere diversa da quella del rinoceronte nero.

Al rinoceronte piace sguazzare nel pantano. A parte il fatto che gli dà sollievo dal calore, il fango serve a un altro scopo. Una crosta di fango indurrà gli acari, piccoli parassiti che si nutrono di sangue, ad allentare la loro presa sulla pelle del rinoceronte. Quindi il rinoceronte li eliminerà insieme al fango strofinandosi contro una pietra o un tronco d’albero. Il pantano, a sua volta, diventa sempre più profondo man mano che il rinoceronte se ne serve, e diventa infine una buca d’acqua semipermanente, dove molti altri animali possono abbeverarsi nella stagione asciutta.

Il maschio del rinoceronte cerca di stabilire un territorio suo proprio, una zona di forse 200 ettari. Ha vari modi per contrassegnare questo suo territorio, e lo difenderà contro gli intrusi. Un modo in cui contrassegna il suo territorio è quello di trovare un piccolo cespuglio; quindi, irrigidendo a turno le zampe posteriori, calpesta il cespuglio abbattendolo. Dopo di che urinerà producendo fini spruzzi così che l’intero cespuglio ne prenda l’odore. Ora qualsiasi rinoceronte passi accanto a tale cespuglio saprà immediatamente d’essere nel territorio di qualcuno. Ma come saprà il maschio chi ha visitato il suo territorio?

Il maschio ha l’abitudine di fare mucchi di letame. Qualsiasi rinoceronte di passaggio si servirà dei mucchi e così lascerà il segno della sua presenza. Il maschio proprietario del territorio fa il giro dei mucchi di sterco, e dall’odore sa chi ha visitato il suo territorio, se erano femmine o maschi, vicini o estranei. Il padrone del territorio sparge lo sterco del mucchio dando calci con le zampe posteriori così che il passaggio del visitatore sia cancellato prima del prossimo giro di ispezione.

Sono davvero molti gli interessanti aspetti di questi enormi animali cornuti, il cui numero è ora in diminuzione. Certo la loro vita dovrebbe avere più importanza dell’esagerato valore delle loro corna. Che peccato che l’uomo, spinto dalla superstizione, non comprenda il vero valore di questa terra e delle meravigliose creature che sono su di essa.

visita anche



venerdì 12 agosto 2011

LAMU: un'isola dove il tempo si è fermato

IL VENTO salmastro gonfiava la vela, spingendo la piccola imbarcazione di legno. In alto sopra il ponte, avvinghiato all’albero, il marinaio di vedetta scrutava l’orizzonte per avvistare la terra, sforzando gli occhi a causa del riverbero del sole sull’Oceano Indiano. Era il XV secolo, e questi marinai cercavano l’isola di Lamu.

Oro, avorio, spezie e schiavi: l’Africa forniva tutto questo. Attirati dai tesori dell’Africa e mossi dal desiderio di scoprire nuovi territori, uomini intrepidi facevano vela da lidi lontani per la costa dell’Africa orientale. Sfidavano mari in burrasca e venti impetuosi alla ricerca di tesori. Stipati in angusti velieri, intraprendevano lunghissimi viaggi.
Circa a metà della costa orientale dell’Africa un gruppetto di isole, l’arcipelago di Lamu, offriva a questi naviganti e alle loro fragili navi un porto ampio e sicuro, protetto dalla barriera corallina. Qui i marinai potevano fare provvista di acqua dolce e viveri.

Nel XV secolo l’isola di Lamu era già un prospero centro di scambi e di approvvigionamento. I marinai portoghesi che arrivarono nel XVI secolo vi trovarono ricchi mercanti che portavano turbanti di seta e morbidi caffettani. Donne profumate, con braccialetti d’oro alle braccia e alle caviglie, passeggiavano per le stradine dell’isola. Lungo tutto il molo erano ormeggiate navi con le vele latine ammainate, stracariche di mercanzie destinate a paesi stranieri. Gruppi di schiavi legati insieme attendevano di essere caricati sui sambuchi.

I primi esploratori europei rimasero sorpresi dalle ottime condizioni igieniche e dalle gradevoli forme architettoniche di Lamu. Le case sul lungomare erano fatte con blocchi di corallo tagliati a mano nelle cave del posto. Pesanti porte di legno, squisitamente scolpite, custodivano gli ingressi. Le case erano disposte in file ordinate per consentire ai freschi venti marini di soffiare nelle stradine dell’isola e recare un po’ di refrigerio in quel caldo soffocante.

Le abitazioni dei ricchi erano grandi e spaziose. Nei bagni c’era l’acqua corrente fornita da impianti idraulici primitivi. Il sistema di smaltimento delle acque luride era altrettanto sorprendente e più perfezionato di quello di molti paesi europei dell’epoca. Grandi canali scavati nella pietra scendevano verso il mare trasportando le acque di scolo in profonde fosse ricavate nella sabbia lontano dalle sorgenti di acqua dolce. Nelle cisterne di pietra che fornivano l’acqua dolce alle case venivano messi dei pesciolini che si nutrivano di larve di zanzara, tenendo così sotto controllo i fastidiosi insetti.

Nel XIX secolo Lamu forniva ai sambuchi che solcavano il mare grandi quantità di avorio, olio, semi, pelli di animali, gusci di tartaruga, denti di ippopotamo e schiavi. Col tempo, però, la prosperità di Lamu cominciò a diminuire. Pestilenze, incursioni di tribù ostili e restrizioni imposte alla tratta degli schiavi ridussero l’importanza economica di Lamu.

Un tuffo nel passato

Entrare oggi nel porto di Lamu è come fare un tuffo nel passato. Un vento costante soffia dalla grande distesa azzurra dell’Oceano Indiano. Piccole onde turchesi lambiscono le spiagge di sabbia bianca.


Sambuchi di legno dalle forme antiche scivolano sull’acqua lungo la costa, con le bianche vele triangolari che sembrano farfalle in volo. Cariche di pesce, frutta, noci di cocco, mucche, galline e passeggeri fanno vela verso il porto di Lamu.


Al molo le palme, mosse dal vento caldo, offrono un po’ d’ombra agli uomini che scaricano le imbarcazioni. Il mercato brulica di gente che baratta rumorosamente le mercanzie. Questa gente non cerca oro, avorio o schiavi ma banane, noci di cocco, pesce e canestri.

All’ombra di un enorme mango gli uomini intrecciano lunghe corde con fibre di sisal e rammendano le vele dei sambuchi. Le strade sono strette e piene di gente che va e viene. Dai bazar i commercianti con i lunghi e morbidi abiti bianchi gridano ai passanti, invitandoli a entrare e a esaminare le loro mercanzie. Un asino tira faticosamente un carro pieno di pesanti sacchi di grano, facendosi strada in mezzo a tutta quella gente.

Gli abitanti di Lamu si spostano da una parte all’altra dell’isola a piedi, poiché non esistono mezzi di trasporto a motore. L’isola è raggiungibile solo con la nave.
A mezzogiorno, quando il sole è allo zenit, il tempo pare fermarsi. Pochi vanno in giro col caldo opprimente e perfino gli asini se ne stanno immobili con gli occhi ben chiusi in attesa di un po’ di refrigerio.


Allorché il sole comincia a calare e la temperatura si abbassa, l’isola sonnolenta riprende vita. I commercianti spalancano le pesanti porte scolpite per ricominciare l’attività, e terranno i lumi accesi fino a tarda notte. Le donne fanno il bagno ai bambini e poi strofinano loro la pelle con olio di cocco fino a farla brillare. Sedute su stuoie fatte con fronde di cocco, le donne cominciano anche a preparare da mangiare. Cucinano ancora direttamente sul fuoco senza fornelli, e preparano pasti squisiti a base di pesce aromatizzato con spezie e riso cotto nel latte di cocco. La gente è amichevole, ospitale e tranquilla.

Benché Lamu abbia perso lo splendore di un tempo, la tradizionale cultura africana dei secoli passati è ancora fiorente. Sotto il caldo sole tropicale la vita continua così come è sempre stata. Qui si può vedere il passato che convive con il presente. Lamu è davvero un’eccezionale superstite di un’epoca passata, un’isola dove il tempo si è fermato.


visita anche



martedì 2 agosto 2011

FARFALLE: MERAVIGLIE ALATE DEI TROPICI

LA PRIMA visita a una foresta pluviale tropicale potrebbe rivelarsi alquanto deludente per alcuni turisti. Aspettano con ansia di vedere animali e uccelli esotici; ma quasi tutti gli animali sono notturni e molti uccelli si nascondono in alto tra il fogliame della foresta.
“Molti segni indicano che la foresta è piena di vita: si odono rumori dappertutto”, spiega un libro sulle foreste pluviali. (The Mighty Rain Forest) Tuttavia lo stesso libro aggiunge: “A meno che non si sia disposti a dedicare una gran quantità di tempo ad aspettare pazientemente e ad esplorare, è molto probabile che non si avvisti nessun animale eccetto le farfalle”. Per la gioia dei turisti le farfalle tropicali, leggiadre e dai colori vivaci, rendono indimenticabile un’escursione nella foresta pluviale.
Le farfalle tropicali spiccano per grandezza, varietà e colore. Il verde della foresta fa da sfondo ideale alle farfalle di colore azzurro brillante, rosso e giallo, che svolazzano nelle radure. Oltre a quelle dai colori tradizionali, in Sudamerica potreste vedere anche farfalle dalle ali trasparenti. In altre specie la pagina inferiore delle ali ha un aspetto anche più appariscente di quella superiore. Le farfalle-gufo, dalle tinte smorte, hanno enormi macchie tonde simili a occhi di gufo che ravvivano la loro livrea bruna. Altre farfalle invece non sono vistose, e solo l’osservatore più attento si accorge che ciò che vede non è una foglia morta ma un insetto.
Spesso lo sguardo del visitatore è attratto più che altro dalle dimensioni delle farfalle tropicali. Alcune sono più grandi di un uccellino e svolazzano con altrettanta energia. Il numero delle diverse specie di farfalle che vivono nella foresta pluviale è pure notevole. La zona tropicale della Malaysia ospita circa un migliaio di specie e il Perú costituisce l’habitat di quattromila specie, ovvero del 20 per cento di tutte le specie del mondo.
Anche quando l’ala di una farfalla è coloratissima, in genere tutte quelle sfumature non dipendono dalla presenza di molti pigmenti diversi. L’ala consiste di una membrana trasparente rivestita da migliaia di piccole squame, e ogni squama contiene di solito un unico pigmento. Squame di colore diverso si combinano dando l’impressione di vedere un altro colore ancora, come avviene con i pixel che compongono le immagini di un televisore a colori.
Si potrebbe pensare che il momento migliore per ammirare queste stupende creature sia quando volano qua e là sui fiori, ma di solito non è così nella foresta pluviale. Quasi tutti i fiori sono in alto tra le chiome degli alberi, e poiché le farfalle sono attirate dal loro nettare, di cui si nutrono, il visitatore a terra non riesce a vederle. Meno male che i maschi delle farfalle scendono a terra per suggere il sale contenuto nel suolo umido. Si pensa che nel periodo dell’accoppiamento perdano indispensabili minerali e che questo serva a reintegrarli. Perciò un sentiero bagnato nella foresta o il margine di un rigagnolo potrebbero essere il posto ideale in cui osservare le farfalle nella foresta pluviale.
Forse vi capiterà di vedere anche un gruppo di farfalle sostare tutte insieme in un luogo. L’abitudine di fermarsi a dormire insieme è abbastanza comune tra le farfalle tropicali. Può darsi che qualcuna vi permetta di avvicinarvi mentre su una foglia si crogiola al sole del mattino. Anche se a quanto pare certe specie non si posano che di rado, la sola vista di queste variopinte creature in volo può rallegrare la vostra escursione nella foresta pluviale.

Uranidi (Uraniidae)
Appartenenti al gruppo delle cosiddette farfalle “notturne”, questi magnifici insetti svolgono attività diurna. La Chrysiridia madagascariensis del Madagascar, le cui ali presentano tutti i colori dell’arcobaleno, è stata descritta come “l’insetto più bello del mondo”.

Code di rondine (Papilionidi)
Famiglia numerosa di farfalle coloratissime, molte delle quali hanno una piccola “coda” nelle ali posteriori. Sono rapide nel volo e si nutrono dei fiori che si trovano nello strato superiore della foresta.

Ornitotteri (Ornithoptera)
Queste farfalle popolano il Sud-Est asiatico e l’Australia tropicale. Come indica il nome, sono farfalle enormi con un’apertura alare superiore a quella di molti uccelli. Per la loro bellezza e rarità valgono letteralmente tanto oro quanto pesano.

Morfo (Ninfalidi)
Diffuse solo nell’America Meridionale e Centrale, queste farfalle sono caratterizzate dalle ali di un azzurro metallico splendente. Il loro colore iridescente è determinato dalla diffrazione della luce. Mentre battono leggermente le ali, il blu intenso varia secondo l’angolo di incidenza della luce, creando un effetto cangiante








Visita anche










martedì 19 luglio 2011

LE AFFASCINANTI INCISIONI RUPESTRI DELLA VALCAMONICA




DA MILLENNI sono una testimonianza silenziosa della vita nell’antichità. Si tratta di figure stilizzate incise nella roccia che descrivono scene di caccia, agricoltura, guerra e adorazione. Nella pittoresca Valcamonica sul versante italiano delle Alpi, centinaia di migliaia di figure adornano il paesaggio roccioso.

Tuttora, illuminate dai raggi obliqui del sole di prima mattina, le incisioni sono ben visibili a chi viene in Valcamonica. Ma chi le fece, e perché?

I camuni

Il nome di questa bella vallata deriva da quello degli antichi abitanti, i camuni, il cui nome compare per la prima volta nella storia nel 16 a.C., quando vennero soggiogati dai romani e persero l’indipendenza. Le prime incisioni della Valcamonica, però, risalgono a molti secoli prima dell’arrivo delle legioni romane.

Inoltre l’analisi degli elementi raffigurati — armi, utensili, animali domestici, piantine di villaggi — induce gli esperti a concludere che gli artisti appartenevano a una popolazione che aveva un’economia complessa. Evidentemente si svolgevano molte attività, fra cui lavorazione dei metalli, tessitura, agricoltura, allevamento del bestiame e commercio.

La grande maggioranza delle incisioni furono fatte durante il I millennio a.C., anche se molte sono assai più antiche. Sembra che i camuni abbiano raggiunto l’apice culturale tra il 1000 e l’800 a.C. Migliaia di incisioni di quel periodo descrivono particolari della loro vita. Si vedono persone legate insieme e uomini a cavallo armati di lance, che fanno pensare alla cattura di prigionieri. Vi sono rappresentati anche maniscalchi, cavalli da tiro e carri, come pure edifici su palafitte.

L’ispirazione delle montagne

Gli autori di queste raffigurazioni vengono descritti dagli studiosi come ‘sacerdoti-artisti’, uomini mossi da motivi generalmente mistico-religiosi che si isolavano per poter riflettere e meditare in luoghi tranquilli lontano dai centri abitati. Sotto questo aspetto pare che i camuni fossero particolarmente ispirati da due straordinari fenomeni naturali che si verificano pochi giorni all’anno.

In primavera e in autunno il sole sorge dietro il Pizzo Badile, un maestoso picco che sovrasta la valle. Certi giorni, prima dell’alba, a causa della rifrazione della luce solare, l’enorme ombra della montagna, circondata da raggi luminosi, viene proiettata in alto nel cielo lattiginoso, creando la suggestiva manifestazione tutt’ora nota come “spirito della montagna”. E quando il sole tramonta dietro al monte Concarena dall’altra parte della valle, da una stretta fenditura sul pendio fuoriesce violento uno spettacolare raggio di luce, che sembra spaccare in due la montagna, proiettandosi in alto nel cielo ormai scuro solo per pochi minuti prima di sparire. A quanto pare, nella mente degli antichi abitanti della valle, questi fenomeni allora inspiegabili conferivano a quel luogo delle qualità soprannaturali.

Numerose incisioni si trovano ai piedi del monte Pizzo Badile e nelle immediate adiacenze. Sono state eseguite con strumenti di pietra, corno, osso o avorio. A volte l’artista tracciava un disegno con uno strumento appuntito. Le incisioni variano in profondità, da segni che appena scalfiscono la superficie della roccia fino a incisioni profonde alcuni centimetri. È stato accertato anche l’uso della pittura, per quanto i colori non siano più visibili a occhio nudo.

Incisioni come forma di preghiera

Forse i camuni praticavano il culto del dio sole. Questo spiegherebbe uno dei motivi ricorrenti delle incisioni: una figura che prega con le braccia alzate di fronte a un disco, probabilmente un simbolo solare. L’archeologo Ausilio Priuli dice che “al culto del Dio-Sole si affiancano culti minori”. E osserva: “Processioni, danze propiziatorie, sacrifici, lotte rituali, preghiere comunitarie erano gli atti di culto più frequenti e maggiormente rappresentati. L’atto stesso di incidere era una forma di preghiera”. Ma per che cosa pregavano?

Secondo Emmanuel Anati, uno dei massimi esperti di arte rupestre preistorica, sembra che l’esecuzione delle incisioni “fosse ritenuta parte delle attività indispensabili per assicurare il buon andamento economico e sociale del gruppo e le relazioni di buon vicinato con le forze occulte”. A quanto pare i camuni speravano di propiziare la fecondità dei campi con raffigurazioni dell’aratura, la ricchezza dei pascoli con quelle relative all’allevamento, la supremazia sui nemici con raffigurazioni di guerra, e via dicendo.

Le incisioni rupestri della Valcamonica sono incluse nel “Patrimonio mondiale dell’umanità” tutelato dall’UNESCO. È interessante che incisioni e pitture rupestri esistono almeno in 120 nazioni, in Africa, Asia, Australia, Europa, America del Nord e del Sud e in numerose isole, e temi simili ricorrono nei disegni rupestri in tutto il mondo, a testimonianza del desiderio naturale dell’uomo di esprimersi e rivolgersi al soprannaturale.



lunedì 11 luglio 2011

La vita a nord del Circolo Polare Artico può essere piacevole





“TORNA PRESTO!”

Queste parole, stampate sulla prima pagina del quotidiano norvegese Finnmarken del 20 novembre 1981, erano rivolte al sole.

Per quale ragione?

In quella giornata di fine novembre il sole scese al di sotto dell’orizzonte meridionale di Vadsö — dove si pubblica il giornale — e per i successivi due mesi non si sarebbe più visto in quella città della Norvegia settentrionale. Nelle città e nei villaggi ancora più settentrionali, come Vardö, Baatsfjord, Berlevag e Hammerfest (la città più settentrionale del mondo), la lunga notte invernale dura ancora di più.

Quando il sole ritorna in questi posti dopo la sua lunga assenza riceve un caloroso benvenuto! Nella città mineraria di Kirkenes, vicino al confine russo, i bambini delle scuole salgono su un monte giusto per guardare il sole. A Vadsö, quando il sole splende per circa cinque minuti attraverso il varco fra due monti, gli alunni fanno un giorno di vacanza: la città festeggia. A Vardö, ancora più a nord, i cannoni della fortezza di Vardöhus, del XIV secolo, partecipano all’allegrezza con una fragorosa salva.

“Stiamo andando nella giusta direzione, verso l’estate”, dirà la gente . . . a gennaio.

Quando il sole non tramonta

C’è però un’altra faccia della medaglia. La ragione della gioia di Vadsö, dopo avere intravisto il sole nell’oscuro mese invernale di gennaio, è il fatto di sapere che ora le giornate si allungano: dalla fine di marzo a metà settembre saranno lunghissime e addirittura da metà maggio alla fine di luglio il sole non tramonterà affatto.

La maggioranza delle persone, vivendo attorno alla fascia mediana del globo, regolano il loro ritmo e modo di vivere secondo l’immutabile ciclo del sole che sorge e tramonta. Ma a nord del Circolo Polare Artico — nonché nell’Antartide agli antipodi — questo ciclo si interrompe durante l’anno.

Dato che la terra è inclinata sul suo asse, per sei mesi il Polo Nord guarda verso il sole, in una luce diurna perenne, mentre al Polo Sud vi sono sei mesi di tenebre. Quindi se viveste per tutto l’anno al Polo Nord, avreste un giorno di sei mesi, dal 21 marzo al 23 settembre, seguito, purtroppo, da una notte di sei mesi caratterizzata da freddo gelido e da tremende bufere di neve. Più si è a sud del Polo Nord, più breve è il periodo del sole di mezzanotte. Al Circolo Polare Artico, situato a circa 2.600 chilometri dal Polo Nord, c’è un giorno all’anno in cui il sole non tramonta per tutta la notte, e, allo stesso modo, d’inverno, un giorno in cui non sorge.

Ciò che rende sopportabile la lunga notte

In nessun’altra parte della terra tante persone vivono così vicino al Polo Nord come in Norvegia. Il Circolo Polare Artico taglia in due la Norvegia così che un terzo del paese viene a trovarsi sopra il Circolo Polare Artico. In effetti, questo terzo è situato fra due paralleli dove si trovano le zone più gelate e inaccessibili della Groenlandia, del Canada, dell’Alaska e della Siberia.

Ad ogni modo, la calda Corrente del Golfo, che costeggia tutto il litorale norvegese occidentale, crea in Norvegia un clima temperato che non si trova in nessun’altra parte del mondo così a nord. Le regioni costiere hanno inverni miti ed estati fresche, e durante l’inverno tutti i porti sono liberi dai ghiacci. Il litorale è frastagliato con numerosi fiordi e insenature, e isole grandi e piccole lungo un litorale che si stende per oltre 19.000 chilometri.

Della popolazione norvegese di quattro milioni di abitanti, il dieci per cento vive a Nord del Circolo Polare Artico, nelle tre province settentrionali di Nordland, Troms e Finnmark. Evidentemente da lungo tempo la popolazione ama vivere in queste regioni, poiché vi si sono trovate tracce di attività umana indicanti che sin da tempi remoti arditi pescatori e cacciatori vennero qui mentre altri si stabilivano sulle coste meridionali del paese. Ancor oggi a nord del Circolo Polare Artico si trovano robusti pescatori e cacciatori, nonché agricoltori, minatori, costruttori di navi, marinai e molti che lavorano nelle fabbriche.

Ottimisti per natura?

Una signora danese, che si trasferì al nord anni fa, dice che il nativo della Norvegia settentrionale è ottimista per natura: “Durante un’estate fredda e umida dirà: ‘Forse avremo un buon autunno’. E quando questo non si verifica, dice: ‘Avremo senz’altro un inverno buono e mite’. Poi, quando è sepolto sotto la neve e infuria la bufera, si azzarda a dire: ‘Quest’anno la primavera arriverà presto’. E quando la primavera arriva con temperature sotto zero e continua a nevicare fino a mezz’estate, conclude dicendo: ‘Siccome è venuta così tardi, avremo una bella estate calda’”.

Ottimista o no, quassù la gente è in genere di temperamento allegro. Scherza con facilità e non ingrandisce i problemi. Il più delle volte sono aperti, amichevoli e generosi; un anziano cittadino di Vadsö, quando gli hanno chiesto perché gli piaceva vivere al nord, ha risposto: “Per la gente. E per la natura. Guardare l’oceano, pescare nei fiumi, arrampicarsi sugli erti pendii dei colli o vagabondare sull’altipiano: tutto ciò dà un incomparabile senso di libertà”.

Un giovane operaio di una fabbrica dove si lavora il pesce nella contea di Finnmark spiega: “Non c’è niente che si possa paragonare alla pesca in un lago dell’altipiano. Si è completamente allo scoperto. Mi sentirei soffocare se avessi tanti alberi attorno”.

“Dolce è la luce”

Una scrittura cara agli studiosi della Bibbia di quassù è Ecclesiaste 11:7: “Dolce è la luce ed è piacevole agli occhi vedere il sole”. (Versione di Salvatore Garofalo) L’abbagliante bellezza del sole di mezzanotte non è solo piacevole agli occhi; giova anche alla salute.

“Quando si avvicina il periodo di oscurità, la gente viene a chiederci sonniferi”, ha detto il dott. Tore Ask di Vadsö. “Molti soffrono di insonnia, non si stancano in modo naturale, perché il corpo non riceve i naturali segnali esteriori che è ora di dormire. È sempre buio; la mattina è straordinariamente difficile alzarsi e il senso di stanchezza ti accompagna per tutta la giornata. Molti diventano nervosi. D’altra parte, il periodo di luce rafforza le persone in molti modi e le aiuta a sopportare l’oscurità dell’inverno”.

Il dott. Ask, che viene dalla Norvegia meridionale, dice d’essere stato immediatamente attratto dal paese e dalla luce: “Ero così stimolato dal sole che non sentivo nessun bisogno di andare a letto. Ed è così per tutti. Ci sono tante cose da fare nelle frenetiche settimane estive: il giardino, la casa, riparare la macchina o la barca; per cui lavorano alla luce del sole fin quando la mezzanotte è passata da un pezzo”.



venerdì 1 luglio 2011

LA COMUNICAZIONE NEL MONDO CHE CI CIRCONDA




IN UN tratto di foresta, nella savana o anche nel vostro giardino potrebbero esserci diversi animali intenti a comunicare fra loro. Questi animali usano tutti i sensi, mimando con parti e posizioni del corpo; inviano e ricevono misteriosi segnali mediante l’odore — non così misteriosi nel caso di una moffetta spaventata —; squittiscono, strillano, cantano e cinguettano; inviano e ricevono segnali elettrici; emettono luce; cambiano la pigmentazione della pelle; “ballano”; e perfino picchiettano e fanno vibrare il terreno su cui camminano. Ma quale significato hanno tutti questi segnali?

Per scoprire il significato dei segnali emessi dagli animali gli scienziati devono condurre attente osservazioni. Per esempio hanno notato che quando un piccolo pollo di razza bantam vede un predatore di terra, come una donnola, per lanciare l’allarme emette un kuk, kuk, kuk acuto. Se invece scorge un falco, emette un unico, lungo urlo. Ogni richiamo provoca una pronta reazione adatta al tipo di pericolo, e questo dimostra che gli uccelli comunicano informazioni con un significato preciso. Si è notato che anche altri uccelli ricorrono a segnali analoghi che trasmettono informazioni specifiche.

Uno dei modi principali in cui si studia la comunicazione negli animali, consiste nel registrare il segnale pertinente e farlo poi riascoltare agli animali per vedere se reagiscono in maniera prevedibile. I polli bantam sottoposti a questi esperimenti hanno avuto le stesse reazioni osservate quando erano in libertà. Questo metodo funziona anche con i ragni. Per capire da cosa è attratta la femmina del ragno lupo quando viene corteggiata da un maschio che cerca di far colpo su di lei agitando le zampe anteriori munite di ciuffi di pelo, alcuni ricercatori hanno videoregistrato un maschio e hanno manipolato il filmato con tecniche digitali eliminando i ciuffi di pelo dalle zampe. Quando il video veniva fatto vedere alla femmina, questa perdeva improvvisamente interesse. La conclusione? Evidentemente le femmine del ragno lupo sono attratte solo dai maschi che agitano le zampe con i ciuffi!

Segnali olfattivi

Molti animali si scambiano segnali secernendo potenti sostanze chimiche dette feromoni, di solito attraverso ghiandole speciali oppure mediante l’urina o le feci. Proprio come un recinto con una targhetta o un numero identifica la proprietà di un essere umano, i feromoni segnano e delimitano il territorio di alcuni animali, fra cui i cani e i gatti. Pur essendo invisibile, questa forma molto efficace di marcatura permette agli animali della stessa specie di mantenersi alla distanza ottimale gli uni dagli altri.

Ma i feromoni non servono solo a marcare il territorio. Sono simili a una tabella d’informazioni chimiche che gli altri animali “leggono” con grande interesse. I segnali olfattivi usati per marcare il territorio, probabilmente contengono informazioni aggiuntive su chi abita quel territorio, come età, sesso, forza fisica e altre capacità, nonché in che fase del ciclo riproduttivo si trova . . . L’odore dei segnali lasciati dall’animale è una specie di carta d’identità che lo identifica individualmente. Com’è comprensibile, certi animali prendono molto seriamente i propri segnali olfattivi, cosa che sanno bene i guardiani degli zoo. I guardiani hanno osservato che quando le gabbie o i recinti vengono lavati, molti animali provvedono immediatamente a marcare di nuovo il loro territorio. Anzi, l’assenza del proprio odore risulta stressante per l’animale, può provocare un comportamento anomalo e addirittura la sterilità.

I feromoni hanno un ruolo importante anche nel mondo degli insetti. I feromoni di allarme, per esempio, determinano la sciamatura e il comportamento di attacco. I feromoni di aggregazione attirano gli individui verso una sorgente di nutrimento o un sito adatto alla nidificazione. Tra questi feromoni ci sono quelli sessuali, verso i quali alcune creature sono molto sensibili. Il maschio del bombice del gelso, o baco da seta, ha due antenne complesse che somigliano a minuscole e delicate felci. Queste antenne sono così sensibili che possono segnalare la presenza di una singola molecola di feromone sessuale della femmina! Sono sufficienti circa 200 molecole perché il maschio si metta alla ricerca della femmina. La comunicazione attraverso segnali chimici, però, non è circoscritta al mondo animale.

Piante “parlanti”

Sapevate che le piante sono in grado di comunicare fra loro e perfino con certi animali? Alcuni ricercatori dei Paesi Bassi hanno osservato che le piante del fagiolo di Lima, quando sono attaccate dall’acaro delle foglie (o ragno rosso), secernono una sostanza chimica che funge da SOS e attira altri acari che si avventano sull’acaro parassita. In modo simile, quando le piante di granturco, di tabacco e di cotone sono invase dai bruchi emettono sostanze chimiche volatili che attirano le vespe, nemiche mortali dei bruchi. Una ricercatrice ha detto: “La pianta non si limita a dire: ‘Mi hanno danneggiata’; dice anche specificamente chi le sta facendo del male. È un sistema meravigliosamente complesso”.

Altrettanto sorprendente è il modo in cui le piante comunicano fra loro. I ricercatori hanno osservato salici, pioppi, ontani e betulle che ascoltavano piante della loro specie e pianticelle d’orzo che facevano la stessa cosa con altre pianticelle d’orzo. In ciascun caso le piante danneggiate, sia che fossero divorate da bruchi, attaccate da funghi o muffe, o infestate da acari, emanavano sostanze chimiche che sembravano attivare le difese delle piante indenni che erano nelle vicinanze. Perfino piante non imparentate fra loro reagivano ai segnali chimici d’allarme.

Quando una pianta viene attaccata o viene messa in allarme contro un possibile attacco, appronta le proprie difese. Fra queste ci sono tossine che uccidono gli insetti, oppure sostanze che ostacolano o addirittura inibiscono la capacità dell’invasore di digerire la pianta. In futuro le ricerche in questo campo affascinante potrebbero portare a ulteriori scoperte elettrizzanti, alcune delle quali forse risulteranno anche utili all’agricoltura.

“Alfabeto Morse” con le luci

In un articolo sulle lucciole l’ecologista Susan Tweit ha scritto: “Con le loro lucette volanti che brillano sotto le stelle hanno aggiunto un tocco di magia alla scialba periferia in cui vivo”. Questi coleotteri comunicano mediante un vocabolario fatto di luci che “va da una semplice luminescenza come segnale d’allarme a un complesso botta e risposta di lampeggiamenti fra potenziali partner”, dice la Tweit. Il colore della loro luce va dal verde al giallo o addirittura all’arancione. Dato che le femmine in genere non volano, la maggior parte del luccichio intermittente che vediamo è prodotto dai maschi.

Ognuna delle 1.900 specie di lucciole emette luce secondo un modulo a sé. Potrebbe trattarsi di tre impulsi luminosi a intervalli di un secondo circa, o di una serie di impulsi di lunghezza e a intervalli diversi. Quando è alla ricerca di una compagna, il maschio ronza nei paraggi trasmettendo segnali secondo il suo codice di corteggiamento. Una femmina riconosce la sequenza di impulsi luminosi e risponde con un lampeggiamento che significa ‘Ci sto’ eseguito rispettando i tempi caratteristici di quella specie. Il maschio riconosce il silenzioso invito e vola da lei.

Maestri di canto alati

Per durata, varietà e complessità non vi è vocalizzazione prodotta da altri animali che possa essere paragonabile a quella degli uccelli. I canti degli uccelli non sono prodotti nella gola ma in un organo detto siringe, che si trova all’estremità inferiore della trachea, dove questa si separa nei due rami che raggiungono i polmoni.

Il repertorio vocale degli uccelli è in parte innato e in parte appreso dai genitori. Perciò gli uccelli di una certa zona possono perfino sviluppare un proprio accento tipico.I merli che discendono dagli esemplari portati nel XIX secolo in Australia per allietare con suoni famigliari i coloni europei possiedono oggi un particolare accento australiano. Le vocalizzazioni del maschio dell’uccello lira, considerate tra le più complesse e melodiose del regno degli uccelli, sono apprese quasi interamente da altri uccelli. In effetti, questi uccelli sono imitatori talmente abili che riescono a riprodurre quasi tutti i suoni che sentono, inclusi strumenti musicali, cani che abbaiano, allarmi antifurto, colpi d’ascia e addirittura il motorino di avanzamento della pellicola nelle macchine fotografiche! Ovviamente, tutte queste imitazioni sono eseguite principalmente con l’obiettivo di far colpo sulla femmina.

I picchi, che di norma utilizzano il becco per estrarre il cibo, sono i percussionisti del mondo degli uccelli, e trasmettono segnali ad altri uccelli colpendo col becco un tronco cavo o un ramo capaci di produrre una certa risonanza. Inoltre, alcuni sfruttano nuovi e interessanti strumenti . . . : un tetto di metallo ondulato o una tubatura idrica. Gli uccelli comunicano anche attraverso linguaggi visivi, con o senza accompagnamento musicale. Per esempio possono lanciarsi messaggi dispiegando le stupende penne colorate.

Quando proclama il proprio territorio, il maschio del cacatua delle palme, una specie australiana, fa un po’ di tutto: percussione, vocalizzazione, movimenti ritmici ed esibizione delle penne. Stacca un ramoscello adatto e reggendolo con una zampa lo percuote su un tronco cavo. Allo stesso tempo dispiega le ali, apre a ventaglio il ciuffo di penne, fa dondolare la testa avanti e indietro ed emette strilli acuti: davvero una parata spettacolare!

Alcuni richiami sono riconosciuti anche da altri animali. È il caso dell’indicatore, un piccolo uccello simile al tordo diffuso prevalentemente in Africa. Come suggerisce il nome, con il suo verso caratteristico l’indicatore segnala a un ratelo, un mustelide detto anche tasso del miele, un albero in cui si trova un alveare. Quando l’uccello si posa sull’albero o nelle sue vicinanze emette un richiamo diverso che in effetti vuole dire “il miele è qui vicino”. Il tasso individua l’albero, fa uno squarcio nel tronco e soddisfa la sua passione per le cose dolci.

Comunicare sott’acqua

Dopo l’introduzione degli idrofoni, dispositivi d’ascolto subacqueo, i ricercatori sono rimasti sbalorditi scoprendo quanti suoni provengono dagli abissi. Da un leggero ronzio a uno stridore, fino ad arrivare a veri e propri strilli, questi suoni abbondano a tal punto che i sommergibilisti li hanno sfruttati per mascherare i rumori prodotti dalle loro manovre. I suoni dei pesci, però, non sono emessi senza uno schema preciso. Nel suo libro Secret Languages of the Sea (I linguaggi segreti del mare), il biologo marino Robert Burgess dice: “Laddove un pesce potrebbe grugnire, schioccare la lingua e fare un rumore che sembra un abbaio e poi ripetere il tutto con precisione, un altro potrebbe emettere un ‘clic’ e un colpo secco e la volta dopo un rumore stridulo”.

Come fanno i pesci a emettere suoni senza le corde vocali? Alcuni, dice Burgess, usano certi muscoli “attaccati alle pareti della vescica natatoria, che è simile a un palloncino, per far vibrare quelle pareti finché la vescica” suona come un tamburo. Altri pesci digrignano i denti oppure aprono e chiudono gli opercoli branchiali producendo un rumore sordo o un colpo secco. Si tratta solo di suoni privi di significato? A quanto pare no. Come gli animali terrestri, i pesci emettono suoni per “attirare il sesso opposto, per orientarsi, per difendersi dai nemici e per comunicare e intimidire”, dice Burgess.

I pesci sono anche dotati di un buon udito. Molte specie hanno un orecchio interno e possiedono lungo ciascun lato del corpo una fila di recettori che reagiscono agli stimoli di pressione. Questi recettori, che costituiscono la cosiddetta “linea laterale”, sono in grado di percepire le onde di pressione emesse dal suono che viaggia attraverso l’acqua.



martedì 7 giugno 2011

LA ZEBRA: CAVALLO SELVAGGIO DELL'AFRICA




UN MIGLIAIO di zebre galoppano liberamente per la savana africana. Mentre le loro folte criniere si agitano al ritmo dei possenti movimenti, i loro fianchi striati si sollevano armoniosamente. Nelle pianure echeggia il rumore degli zoccoli che calpestano la terra riarsa. Si lasciano dietro un nuvolo di polvere rossastra visibile a chilometri di distanza. Corrono libere e selvagge, senza impedimenti.
Come avvertendo un segnale impercettibile, iniziano a rallentare e poi si fermano. Strappano l’erba servendosi dei loro spessi e robusti denti. Il branco sta all’erta: ogni tanto si guarda intorno, tende l’orecchio e annusa l’aria. Agli orecchi delle zebre giunge, trasportato dal vento, il rumore distante di un ruggito: si irrigidiscono. Conoscono bene quel rumore. Con le orecchie rizzate e l’erba ancora in bocca, le zebre guardano in direzione del grido lamentoso. Non percependo un pericolo imminente, abbassano di nuovo la testa e continuano a brucare.
Quando il calore del sole comincia a farsi più intenso, sono di nuovo in marcia. Questa volta è l’odore dell’acqua ad attirare i cavalli selvaggi verso il fiume. Si fermano su una sponda elevata e, sbuffando e scalpitando, guardano fisso l’acqua scura che scorre lenta. Esitano, consapevoli del potenziale pericolo che si nasconde sotto la placida superficie del fiume. Ma la sete è grande e alcune zebre iniziano a spingersi avanti. Si precipitano sulla riva del fiume con un’ultima spinta a testa bassa. Ad una ad una si dissetano e poi riprendono la marcia sulle pianure sconfinate.
Verso sera il branco si sposta lentamente nell’erba alta. Le zebre appaiono in tutto il loro splendore, mentre le loro sagome si stagliano contro il rosso infuocato del tramonto, incorniciate dalla bellezza della savana africana.
Striate e gregarie
Le attività quotidiane delle zebre sono sempre le stesse. Si spostano in continuazione alla costante ricerca di cibo. Pascolando sulle pianure sterminate, appaiono armoniose e ben tornite, la loro pelle striata si tende sui loro corpi muscolosi. Le loro strisce sono uniche e, come sostiene qualcuno, non esistono due zebre che abbiano striature esattamente uguali. Rispetto a tutti gli altri animali della savana, le loro evidenti strisce bianche e nere sembrano piuttosto bizzarre. Eppure il loro aspetto è attraente e viene identificato con l’Africa selvaggia.
Le zebre sono animali molto gregari per natura. Singoli esemplari stringono legami che possono durare tutta la vita. Benché un grosso branco possa essere formato da diverse migliaia di individui, è suddiviso in molti gruppi familiari più piccoli costituiti da uno stallone e da alcune femmine. All’interno di questo piccolo gruppo familiare l’ordine è mantenuto mediante una rigida suddivisione in ranghi. È la femmina dominante a decidere gli spostamenti della famiglia. Dirige il gruppo con le altre femmine e i puledri, che seguono in fila indiana in base al rango. In ultima analisi, però, è lo stallone ad avere il comando. Se vuole che la sua famiglia cambi senso di marcia, si avvicina alla femmina in testa e la spinge verso la nuova direzione.
Le zebre amano lisciarsi a vicenda ed è normale vederle massaggiarsi e mordicchiarsi i fianchi, le spalle e la schiena. A quanto pare il lisciarsi reciprocamente rafforza i vincoli fra i singoli animali e inizia quando i piccoli hanno solo pochi giorni. Se nessun membro del gruppo è disponibile, gli animali trovano sollievo dal prurito rotolandosi nella polvere o sfregandosi contro un albero, un termitaio o qualche altro oggetto.
La lotta per sopravvivere
La vita della zebra è piena di pericoli. Sono in molti a considerare questo animale di 250 chili una facile preda: leoni, licaoni, iene, leopardi e coccodrilli. La zebra può raggiungere i 55 chilometri orari, ma a volte cade vittima di predatori che riescono a sorprenderla piombando su di lei furtivamente. I leoni stanno in agguato, i coccodrilli si appostano sotto le acque fangose e i leopardi entrano in azione col favore delle tenebre.
La difesa delle zebre dipende dalla vigilanza e dall’azione collettiva dei membri del branco. Benché di notte la maggioranza di loro dorma, c’è sempre qualcuno sveglio, in ascolto e all’erta. Se una zebra scorge un predatore che si avvicina, sbuffando fa scattare l’allarme e sveglia tutto il branco. Spesso se un membro del branco è malato o vecchio e non riesce a stare al passo, le altre zebre rallentano di proposito o aspettano finché l’animale che è rimasto indietro non raggiunge il gruppo. Quando il pericolo incombe, lo stallone si mette coraggiosamente fra il predatore e le femmine, mordendo e scalciando il nemico in modo da concedere al branco il tempo di scappare.
Questa coesione familiare è ben illustrata da un episodio straordinario verificatosi nella piana di Serengeti, in Africa, di cui fu testimone il naturalista Hugo van Lawick. Narra che un gruppo di zebre fu attaccato da un branco di licaoni e che questi ultimi riuscirono a isolare una femmina, il suo piccolo e un puledro di un anno. Mentre le altre zebre si allontanavano al galoppo, la madre e il puledro lottarono impavidamente contro i licaoni. Ben presto i licaoni si fecero più aggressivi e la femmina e il puledro cominciarono a stancarsi. La loro fine sembrava certa. Van Lawick ricorda quella scena drammatica: “All’improvviso sentii il suolo tremare e guardandomi intorno vidi, sbigottito, dieci zebre avvicinarsi rapidamente. Un momento dopo il branco di zebre aveva serrato le file intorno alla madre e ai suoi due piccoli e tutto il gruppo molto compatto, girandosi di scatto, si lanciò al galoppo nella direzione da cui erano sopraggiunte le dieci zebre. I licaoni le inseguirono per una cinquantina di metri, ma non riuscirono a penetrare nel gruppo e ben presto desisterono”.
Allevare una famiglia
La femmina della zebra è protettiva verso il piccolo appena nato e all’inizio lo tiene separato dagli altri componenti del branco. Durante questo periodo di isolamento, il piccolo può allacciare uno stretto legame con la madre. Il puledrino memorizza la striatura bianca e nera della madre, che è unica. Da quel momento in poi sarà in grado di riconoscerne il richiamo, l’odore e il mantello e non accetterà nessun’altra femmina.
I puledrini non nascono con la caratteristica striatura bianca e nera dei genitori. Le loro strisce sono marroni, e diventeranno nere solo con l’età. All’interno del branco più grosso, i puledri di vari gruppi familiari giocano insieme. Corrono e si inseguono, scalciando e rincorrendosi in mezzo agli adulti, che a volte si mettono a giocare insieme a loro. Galoppando con le loro zampe lunghe ed esili, i puledri inseguono per gioco uccelli e altri animaletti. I piccoli della zebra, con le zampe lunghe e snelle, i grandi occhi neri e il pelo lucente e soffice, sono cuccioli molto graziosi, deliziosi a vedersi.
Selvagge e meravigliose
Oggi si possono ancora ammirare grossi branchi di zebre che corrono libere e selvagge sulle vaste praterie dorate dell’Africa. È una scena spettacolare.
Chi negherebbe che la zebra, con il suo caratteristico mantello bianco e nero, il suo forte attaccamento familiare e il suo spirito libero e selvaggio, sia una creatura imponente e meravigliosa? Conoscendo questo animale si può rispondere a una domanda rivolta migliaia di anni fa: “Chi ha mandato in libertà la zebra?” (Giobbe 39:5) La risposta è chiara. È stato Geova Dio, il Progettista di tutte le creature viventi.

Articolo tratto da Svegliatevi

Perché le zebre hanno le strisce?
Chi crede nell’evoluzione trova difficile spiegare le strisce delle zebre. Alcuni hanno avanzato l’ipotesi che servano a scopo intimidatorio. È evidente, però, che i leoni e altri grossi predatori non sono minimamente intimiditi dalle strisce delle zebre.
Altri hanno supposto che servano da richiamo sessuale. Ma ciò pare piuttosto improbabile, dal momento che tutte le zebre hanno striature simili e le loro strisce non sono prerogativa dell’uno o dell’altro sesso.
Un’altra ipotesi è che le strisce bianche e nere si siano sviluppate per poter disperdere il calore del cocente sole africano. Ma, allora, perché gli altri animali non hanno le strisce?
Un’ipotesi più accreditata è che le zebre abbiano sviluppato le strisce per mimetizzarsi. Gli scienziati hanno scoperto che il calore che sale dalla savana africana distorce e rende sfocata l’immagine delle zebre, rendendole difficilmente riconoscibili a distanza. Tuttavia, questo mimetismo a distanza risulterebbe di poca utilità, dato che i leoni, principali predatori delle zebre, attaccano solo da distanza ravvicinata.
Si è anche asserito che la massa a strisce bianche e nere delle zebre in fuga confonda i leoni, impedendo loro di distinguere i contorni precisi degli animali. In realtà, da studi sugli animali selvatici è emerso che i leoni sono abili a cacciare le zebre quanto lo sono a cacciare altri animali.
A complicare ulteriormente le cose c’è il fatto che a volte le strisce si rivelano un vero e proprio handicap per le zebre. Di notte, al chiarore della luna, la striatura bianca e nera delle zebre è ancora più visibile del manto a tinta unita di altri animali. Dato che di solito i leoni cacciano di notte, questo metterebbe le zebre in condizione di netto svantaggio.
Pertanto, come ha avuto origine il manto striato delle zebre? La risposta si può trovare in questa semplice affermazione: “La stessa mano di Geova ha fatto ciò”. (Giobbe 12:9) Sì, il Creatore ha progettato le creature della terra con caratteristiche e attributi distinti che, per ragioni che l’uomo non comprende appieno, li corredano in modo meraviglioso per la vita. La stupenda varietà di esseri viventi serve anche a un altro scopo. Reca felicità, piacere e diletto al cuore dell’uomo. Non per niente la bellezza della creazione ha spinto oggi molti a esprimersi come fece Davide molto tempo fa: “Quanto sono numerose le tue opere, o Geova! Le hai fatte tutte con sapienza. La terra è piena delle tue produzioni”. — Salmo 104:24.




Post più popolari