sabato 25 dicembre 2010

La tigre siberiana sopravvivrà?


In una limpida giornata invernale, nella parte più orientale della Russia, un enorme felino corre sulla neve scintillante, inseguito da un elicottero. Quando un tiratore scelto si sporge dall’elicottero puntando il fucile, la tigre balza su un albero e lancia un ruggito di sfida. L’uomo spara. L’elicottero atterra e l’equipaggio si avvicina con cautela all’animale colpito.

SONO bracconieri? No, sono ricercatori che utilizzano dardi narcotizzanti. Sono venuti per studiare uno degli animali più minacciati della terra: la schiva tigre siberiana.

Un felino magnifico

Un tempo la tigre siberiana era diffusa in Corea, nella Cina settentrionale, in Mongolia e verso ovest si spingeva fino al lago Bajkal in Russia. Ma durante il secolo scorso il numero di esemplari è drasticamente diminuito. La remota catena montuosa a nord di Vladivostok, in Russia, nei pressi del Mar del Giappone, costituisce il loro ultimo rifugio.

Le tigri riconoscono i loro simili dall’odore, e questo permette ai maschi di trovare le femmine quando arriva il periodo dell’accoppiamento. Le tigri partoriscono due o tre cuccioli alla volta, ciechi e pieni di vita. A differenza dei gattini, però, le tigri siberiane non imparano mai a fare le fusa. I tigrotti succhiano il latte materno per cinque o sei mesi, poi iniziano a mangiare carne. In principio vanno a caccia con la madre, e solo quando avranno 18 mesi saranno pronti a cacciare da soli. Possono rimanere con la madre fino all’età di due anni, dopo di che se ne andranno e stabiliranno il loro territorio.

Allo stato selvatico alcune di queste tigri raggiungono notevoli dimensioni. I maschi possono pesare circa 270 chili e raggiungere una lunghezza di più di tre metri, coda inclusa. Le tigri sono ben equipaggiate per gli inverni freddi e nevosi. Il loro corpo è ricoperto da una folta pelliccia e le enormi zampe, ben rivestite di pelo, consentono loro di muoversi sul manto nevoso come se avessero delle racchette da neve.

Le tigri siberiane presentano strisce nere sul mantello fulvo. Queste strisce, uniche per ogni esemplare, distinguono una tigre dall’altra proprio come le impronte digitali contraddistinguono le persone. Le striature e i colori del mantello spesso permettono a una tigre immobile di mimetizzarsi nella foresta. Ma quando in inverno esce allo scoperto sulla neve, l’animale è ben visibile e non sfugge all’attenzione del suo unico predatore: l’uomo.

Minacciata la sua sopravvivenza

Per sopravvivere la tigre siberiana deve cacciare animali di grossa taglia, fra cui cervi, alci e cinghiali. Ma nelle selvagge terre della Siberia orientale il numero di questi animali è diminuito. In un’area forestale di circa 1.000 chilometri quadrati ci sono abbastanza animali da preda per sfamare quattro o cinque tigri. Così, per sopravvivere allo stato selvatico, le tigri siberiane devono avere sufficiente territorio.

Per molti anni le immense e inaccessibili foreste siberiane erano l’habitat ideale di questi grossi felini. L’uomo, che costituisce l’unica seria minaccia alla loro esistenza, si avventurava di rado in quelle terre. Da qualche tempo, però, ditte straniere di legname stanno disboscando gran parte delle foreste.

Insieme agli alberi vanno scomparendo cervi, alci, cinghiali e anche le tigri siberiane. Per evitare che si estinguano il governo russo gestisce grandi riserve naturali, come quella di Sikhote Alin’. Ma quando le tigri si avventurano fuori da queste zone, rischiano di cadere preda dei bracconieri coinvolti nel traffico di souvenir esotici. Denti, artigli, ossa e pelli di esemplari adulti e anche di cuccioli vengono venduti a prezzi esorbitanti.

Come salvarla

Si stanno facendo grandi sforzi per salvare la tigre siberiana e gli abitanti del posto sono in prima linea. Di conseguenza il numero di questi felini è leggermente aumentato.

D’altra parte in cattività le tigri siberiane si riproducono con facilità e stanno relativamente bene. Negli zoo di tutto il mondo ce ne sono più di 500. Allora, perché non metterle in libertà e reintegrare il numero delle tigri allo stato selvatico? Gli scienziati esitano a farlo. “Non ha molto senso reinserire un animale nel suo habitat”, ha spiegato una ricercatrice, “se non se ne può garantire la sopravvivenza”.


PENSIERO BIBLICO

Tutti gli esseri viventi, inclusi i grossi felini, attestano la sapienza e la potenza di Dio. Egli li considera degni della sua attenzione e cura. (Salmo 104:10, 11, 21, 22) Molti che apprezzano profondamente la creazione sono convinti che verrà il tempo in cui la tigre siberiana non rischierà più l’estinzione.




domenica 5 dicembre 2010

Si può "sorridere a un coccodrillo"?


AVETE mai pensato di sorridere a un coccodrillo? In un musical tratto dalla favola di Peter Pan, Capitan Uncino spiega il motivo per cui ‘non si deve mai sorridere a un coccodrillo’. Il coccodrillo, dice Uncino, “si immagina quanto stareste bene nella sua pancia!”

Anche se è vero che alcuni tipi di coccodrilli attaccano gli esseri umani, “questo accade così di rado . . . che non si può generalizzare dicendo che i coccodrilli mangiano gli uomini”. (Encyclopædia Britannica) Alcuni li ritengono creature brutte e spaventose, ma altri li considerano affascinanti. Vediamo tre specie di coccodrilli che vivono in India: il coccodrillo marino, quello palustre e il gaviale.

Il grande coccodrillo marino

I coccodrilli marini, i rettili più grandi che esistano sulla faccia della terra, possono essere lunghi 7 metri o più e pesare una tonnellata. Dato che vivono esclusivamente in acque salmastre, stanno negli estuari dei fiumi, nei mari e nelle paludi di mangrovie lungo le coste, dall’India all’Australia settentrionale. Sono carnivori e si nutrono di ratti, rane, pesci, serpenti, granchi, tartarughe e antilopi, ma in piccole quantità: i grossi maschi mangiano in media solo dai 500 ai 700 grammi di cibo al giorno. Poiché passano le giornate crogiolandosi al sole o a mollo nell’acqua e sono dotati di un apparato digerente molto efficiente, hanno un basso fabbisogno energetico. Ogni tanto accade che un grosso coccodrillo marino attacchi un essere umano ignaro. I coccodrilli nuotano muovendo la coda da una parte all’altra e tenendo fuori dell’acqua solo le narici e gli occhi. Sul terreno si muovono sulle zampe corte. Possono afferrare la preda balzando su di essa e a volte rincorrendola. Come tutti i coccodrilli, quelli marini hanno olfatto, vista e udito ben sviluppati. Durante il periodo degli amori il maschio difende con ferocia il suo territorio e la femmina è altrettanto feroce quando protegge le uova.

Madri premurose

La femmina costruisce il nido vicino all’acqua: di solito si tratta di un cumulo di vegetazione in decomposizione e fango. Depone fino a 100 uova dal guscio duro, le copre e le protegge dai predatori. Quindi spruzza dell’acqua sopra il nido per accelerare la decomposizione della vegetazione; in questo modo si genera calore che serve per l’incubazione delle uova.

Ora accade qualcosa di affascinante: la temperatura di incubazione determina il sesso dei piccoli coccodrilli. Pensate! Quando la temperatura è di 28-31°C nascono femmine in circa 100 giorni, mentre quando è di 32,5°C nascono maschi nel giro di 64 giorni. Dalle uova incubate tra 32,5 e 33°C possono nascere sia femmine che maschi. Se un nido ha un lato vicino all’acqua e l’altro esposto al sole cocente, dal lato caldo possono nascere maschi e da quello più freddo femmine.

Quando la madre ode delle grida stridule, rimuove la copertura del nido e a volte rompe le uova se i piccoli non lo hanno già fatto con il cosiddetto dente dell’uovo di cui sono provvisti. Con molta delicatezza li solleva e li porta fino all’acqua tenendoli tra le fauci in una tasca che ha sotto la lingua. Alla nascita i piccoli sono indipendenti e vanno immediatamente in cerca di insetti, rane e pesciolini. Alcune madri protettive, però, rimangono nelle vicinanze per diversi mesi, creando nelle paludi delle zone per l’allevamento dei piccoli. Qui anche il padre può prendersi cura dei giovani coccodrilli e proteggerli.

Il coccodrillo palustre e il gaviale dal muso lungo

Il coccodrillo palustre e il gaviale si trovano esclusivamente nel subcontinente indiano. Il coccodrillo palustre, con i suoi 4 metri di lunghezza, è molto più piccolo del coccodrillo marino e vive nelle acque dolci delle paludi, dei laghi e dei fiumi di tutta l’India. Con le sue potenti fauci cattura piccoli animali, li annega, e con movimenti circolari del capo li fa a pezzi per mangiarli.

Come fanno i coccodrilli palustri ad accoppiarsi? Quando è in cerca della compagna il maschio colpisce l’acqua con le mascelle e muggisce. In seguito sorveglierà il nido insieme alla femmina, aiuterà i piccoli a uscire dalle uova e starà con loro per un po’ di tempo.

Il gaviale non è propriamente un coccodrillo, è raro ed ha delle caratteristiche tutte sue. È facile da riconoscere perché ha fauci molto lunghe e strette, ideali per catturare i pesci, il suo principale nutrimento. È lungo quanto il coccodrillo marino, ma non sembra che attacchi gli esseri umani. Poiché ha il corpo affusolato, si muove velocemente nei fiumi profondi dell’India settentrionale in cui le acque scorrono rapide. Durante il periodo riproduttivo, il maschio sviluppa all’estremità del muso un’escrescenza che amplifica il suo normale sibilo trasformandolo in un suono più forte che serve ad attirare le femmine

. GAVIALE

Il loro posto nell’ecosistema

Quanto sono importanti i coccodrilli per l’ambiente? Fanno da spazzini, poiché rimuovono dai fiumi, dai laghi e dalle zone circostanti i pesci e gli animali morti. Contribuiscono a mantenere pulite le acque. Come predatori prediligono animali deboli, feriti o malati. Si nutrono di pesci come il pesce gatto, che è dannoso perché è ghiotto di carpe e tilapie, pesci molto richiesti sul mercato.

La lotta per sopravvivere: lacrime di coccodrillo?

Avete sentito l’espressione “versare lacrime di coccodrillo”? Indica un pentimento insincero per le cattive azioni commesse. In realtà con le lacrime il coccodrillo elimina dal corpo i sali in eccesso. Forse, però, all’inizio degli anni ’70 si versarono lacrime sincere per i coccodrilli. In India rimanevano poche migliaia di coccodrilli, circa il 10 per cento di quelli che vi erano un tempo. Perché? Perché quando gli uomini invasero l’habitat dei coccodrilli, li uccisero considerandoli una minaccia per gli animali domestici giovani e deboli. Inoltre molti trovarono squisite la carne e le uova dei coccodrilli. Le ghiandole odorifere, che sprigionano un intenso odore di muschio, vennero utilizzate per fare profumi. Oltre a tutto ciò, contribuirono alla diminuzione del numero dei coccodrilli anche la costruzione di dighe e l’inquinamento delle acque. Ma ciò che li ha portati sull’orlo dell’estinzione è stata probabilmente la richiesta della pelle. Scarpe, borse, valigie, cinture e altri oggetti fatti di pelle di coccodrillo sono belli, resistenti e molto apprezzati. Queste minacce rimangono, ma le misure per la tutela dei coccodrilli si sono dimostrate molto efficaci. — Vedi il riquadro qui sotto.

Ricordatevi di sorridere!

Ora che avete fatto la conoscenza di alcuni coccodrilli, come li considerate? Speriamo che le idee negative che forse avevate siano scomparse lasciando spazio al desiderio di conoscerli.


PENSIERO BIBLICO: In tutto il mondo molti che amano gli animali non vedono l’ora che arrivi il tempo in cui non ci sarà bisogno di temere nemmeno il grande coccodrillo marino. Quando il Creatore dei rettili rinnoverà la terra, potremo sorridere a tutti i coccodrilli! — Isaia 11:8, 9.

domenica 21 novembre 2010

GABON; dove la natura è ancora incontaminata

RIUSCITE a immaginare una spiaggia tropicale dove gli elefanti vengono a cibarsi vicino alla riva, gli ippopotami nuotano e le balene e i delfini si raggruppano al largo? Sulla costa africana ci sono 100 chilometri di spiagge dove tali scene sono ancora comuni.

Va da sé che questa singolare area costiera vada preservata per far sì che lo spettacolo continui. Queste aree naturali, che hanno una superficie complessiva di quasi 30.000 chilometri quadrati, più o meno quanto il Belgio, hanno molto da offrire.

Perché queste riserve sono così importanti? Più o meno l’85 per cento della superficie del Gabon è ancora ricoperto da foreste, e circa il 20 per cento della flora presente sul territorio non si trova in nessun altro luogo del pianeta. Inoltre le sue foreste equatoriali sono un paradiso per gorilla, scimpanzé, elefanti africani e molte altre specie minacciate. Grazie ai parchi istituiti di recente, il Gabon avrà un ruolo di primo piano nel difendere la biodiversità africana.

Loango, una spiaggia senza uguali

Il parco nazionale di Loango è probabilmente una delle destinazioni più straordinarie dell’Africa in quanto a flora e fauna. Vi si trovano chilometri e chilometri di spiagge incontaminate, lagune d’acqua dolce e fitta foresta equatoriale. Ma quello che rende le spiagge di Loango veramente uniche sono gli animali che vagano liberi lungo le spiagge: ippopotami, elefanti, bufali, leopardi e gorilla.

Perché la spiaggia attira gli animali della foresta? Le bianche spiagge sabbiose di Loango sono costeggiate da ricca vegetazione dove ippopotami e bufali possono brucare liberamente. Le palme “ronier”, che crescono lungo la spiaggia, producono frutti in abbondanza, che attirano gli elefanti quasi quanto il miele attira le api. Ma la cosa più importante è che le uniche impronte sulla sabbia sono quelle degli animali.

L’assenza dell’uomo incoraggia un tipo di tartaruga marina a rischio di estinzione, la dermochelide coriacea, a scegliere queste spiagge solitarie per deporvi le uova. Anche al gruccione grigio e carminio, che nidifica in colonie, piace scavare il proprio nido nella sabbia, pochi metri al di sopra del livello dell’alta marea. Durante i mesi estivi, più di mille megattere si radunano nelle indisturbate acque di Loango per l’accoppiamento.

Due enormi lagune dividono le spiagge di Loango dalla foresta equatoriale, provvedendo un habitat ideale per coccodrilli e ippopotami. I pesci abbondano in questi mari interni costeggiati da foreste di mangrovie. Aquile pescatrici africane e falchi pescatori sorvolano le acque delle lagune, mentre molte specie di martin pescatore dai colori vivaci cercano i pesci nelle acque poco profonde. Gli elefanti, che adorano l’acqua, sguazzano beati nelle lagune per poi raggiungere la riva e rimpinzarsi della loro frutta preferita.

Nella foresta le scimmie scorrazzano tra le chiome degli alberi mentre farfalle dai mille colori si librano in radure assolate. I pipistrelli frugivori di giorno riposano sui loro alberi preferiti e di notte svolgono l’importantissimo lavoro di semina in tutta la foresta. Ai bordi della foresta splendide nettarinie succhiano il nettare da alberi e cespugli in fiore. Comprensibilmente, il parco nazionale di Loango è stato descritto come “il luogo dove senti pulsare il cuore dell’Africa equatoriale”.

Lopé, uno degli ultimi santuari del gorilla

Il parco nazionale di Lopé comprende vasti tratti di foresta pluviale vergine e, a nord, macchie di savana e foreste a galleria. È il luogo ideale per gli amanti della natura che vogliono osservare gorilla, scimpanzé o mandrilli nel loro ambiente naturale. Negli oltre 5.000 chilometri quadrati di area protetta ci sono dai 3.000 ai 5.000 gorilla.

Augustin, un ex guardiano del parco, rammenta un singolare incontro con i gorilla avvenuto nel 2002. “Camminando nella foresta mi imbattei in una famiglia di quattro gorilla”, ricorda. “Il maschio, un esemplare enorme di più o meno 35 anni dal dorso argentato, mi sovrastava. Probabilmente pesava il triplo di me. Seguendo la procedura raccomandata, immediatamente mi sedetti e chinai la testa guardando al suolo in segno di sottomissione. Il gorilla si sedette al mio fianco e mi mise la mano sulla spalla. Poi prese la mia mano, la aprì ed esaminò il palmo. Dopo essersi assicurato che non rappresentavo una minaccia per la sua famiglia si diresse verso la giungla con passo tranquillo. Quel giorno indimenticabile scoprii il fascino di avere un incontro ravvicinato con gli animali nel loro habitat naturale. Benché i gorilla vengano uccisi per le loro carni o per l’errata convinzione che siano pericolosi, in realtà sono animali pacifici che meritano di essere protetti”.

Nel parco nazionale di Lopé, i mandrilli (grosse scimmie), quando si radunano, a volte formano branchi di oltre mille esemplari. Questi gruppi di primati sono tra i più grandi al mondo, e che rumore fanno! Un visitatore del Camerun descrive le sue sensazioni dopo un incontro ravvicinato con uno di questi enormi branchi di mandrilli.

“La nostra guida localizzò i mandrilli grazie a radiocollari applicati a diversi esemplari. Anticipammo il branco e approntammo un nascondiglio mimetizzato con l’ambiente. Lì attendemmo per 20 minuti ascoltando la “musica della foresta” realizzata da un’infinità di uccelli e insetti. Questa tranquillità venne improvvisamente infranta quando si avvicinò il branco di mandrilli. Il rumore di rami spezzati e i forti richiami mi fecero pensare che stesse per scoppiare un temporale. Ma quando li scorsi, i mandrilli che erano in testa al branco sembravano l’avanguardia di un esercito. I grossi maschi avanzavano sul terreno con passo spedito in testa al branco mentre le femmine e i piccoli avanzavano saltando di ramo in ramo a una certa altezza. Improvvisamente uno dei grossi maschi si fermò e si guardò intorno con aria sospettosa. Un esemplare più giovane ci aveva scorti dall’alto e aveva dato l’allarme. L’intero branco accelerò il passo, e il rumore diventò ancora più intenso mentre urlavano indispettiti. In breve tempo sparirono. Secondo le stime della nostra guida il branco era formato da circa 400 esemplari”.

Gli scimpanzé, rumorosi quanto i mandrilli, sono ancora più difficili da avvistare perché si spostano con rapidità alla perenne ricerca di cibo. D’altra parte, però, i visitatori avvistano sempre i nasibianchi, scimmie che a volte saltellano nella savana ai bordi della foresta. Forse l’abitante più schivo di Lopé è il cercopiteco dalla coda dorata, una scimmia endemica scoperta solo una ventina di anni fa.

I grandi e coloratissimi uccelli della foresta, come i turachi e i buceri, annunciano la loro presenza con chiassosi richiami. Nel parco sono state catalogate circa 400 specie di uccelli, il che ne fa una mecca per gli appassionati di bird watching.

Paradiso di biodiversità

Quelli di Loango e Lopé sono solo 2 dei 13 parchi nazionali del Gabon. Altri parchi preservano foreste di mangrovie, proteggono una flora unica nel suo genere e salvaguardano aree riservate agli uccelli migratori. “Il Gabon ha preservato i migliori ecosistemi dell’intero continente”, spiega Lee White della Wildlife Conservation Society. “Non è solo una questione di dimensioni; ciò che è notevole è la qualità delle aree conservate. Nel 2002 è stata creata dall’oggi al domani una serie ottimale di parchi nazionali che racchiudono tutta la biodiversità del paese”.

Ovviamente ci sono ancora molti scogli da superare, come ammette il presidente Bongo Ondimba. “Si tratta di un’impresa che chiama in causa tutto il mondo”, dice, “e che comporterà sacrifici a lungo e a breve termine, i quali però ci permetteranno di realizzare l’ambiziosa meta di conservare queste meraviglie della natura per le generazioni future”.



giovedì 16 settembre 2010

GIRAFFE: IMPONENTI, ELEGANTI E CON LE ZAMPE LUNGHE






Per chi ha visto le giraffe sporgere il collo dal recinto di uno zoo può essere difficile immaginarne la grazia e labellezza mentre scorrazzano libere nella boscaglia africana. I movimenti delle giraffe sono aggraziati e armoniosi. Mentre attraversano al galoppo le ampie distese erbose, il loro aspetto delicato, quasi fragile, fa pensare che possano inciampare al minimo ostacolo e ruzzolare. Al contrario, un grosso maschio di giraffa del peso di 1.300 chili è un corridore agile e sicuro che può superare la velocità di 60 chilometri l’ora.

Questa affascinante creatura è esclusiva dell’Africa. Data la sua natura docile e pacifica è un piacere guardarla. Il muso della giraffa si può dire unico e persino incantevole, con le lunghe orecchie strette e due piccole corna vellutate che terminano con un ciuffo di peli neri. Gli occhi sono grandissimi e scuri, ombreggiati da lunghe ciglia ricurve. Quando la giraffa scruta in lontananza dalla sua elevata posizione di vantaggio, il muso ha un’espressione curiosa e innocente.

Nell’antichità la giraffa era apprezzata e tenuta in gran conto per il suo aspetto gradevole e la natura timida, tranquilla e non aggressiva. Giovani giraffe venivano offerte in dono a governanti e re come simbolo di pace e buona volontà fra le nazioni. Nelle antiche pitture rupestri in Africa si possono ancora vedere figure sbiadite di giraffe.

Longilinea

La giraffa è l’animale più alto che esista. Dallo zoccolo alle corna i maschi adulti possono superare i cinque metri di altezza. Negli antichi geroglifici egiziani la giraffa rappresentava il verbo “predire” o “pronosticare”, data la sua eccezionale altezza e capacità di vedere lontano.

Ergendosi in mezzo a gruppi di zebre, struzzi, impala e altri animali che pascolano insieme nelle pianure africane, la giraffa funge da vedetta. Grazie all’altezza e all’ottima vista è in grado di vedere lontano e di scorgere tempestivamente qualsiasi pericolo si avvicini. Senz’altro la sua formidabile presenza dà una certa sicurezza agli altri animali.

Fatta in modo meraviglioso

La giraffa è splendidamente dotata per brucare fra i rami superiori di alti alberi, dove nessun altro animale può arrivare, a parte l’elefante. Per il modo particolare in cui sono fatti il labbro superiore prensile e la lingua flessibile, può strappare delicatamente le foglie dai rami coperti di spine acuminate e di barbe.

Queste creature possono consumare fino a 34 chili di vegetazione al giorno. Anche se possono mangiare molti tipi di foglie, prediligono le acacie spinose comuni nelle pianure africane. Il maschio può protendere la lingua di oltre 40 centimetri fuori della bocca per procurarsi il cibo. La giraffa ha un collo straordinariamente flessibile, cosa che le permette di muovere delicatamente la lunga testa fra i rami superiori degli alberi ruotandola in tutte le direzioni.

È facile per la giraffa arrivare in alto, ma al momento di bere le cose si complicano. Quando si avvicina al luogo dell’abbeverata, deve lentamente divaricare gli arti anteriori e poi piegare entrambe le ginocchia per arrivare all’acqua. In questa goffa posizione tende il lungo collo al massimo prima di poter bere. Fortunatamente non ha bisogno di bere spesso, perché molte volte ricava una sufficiente quantità di umidità dalle foglie succulente di cui si nutre.

Sul collo e sui fianchi la livrea dell’animale presenta un bel reticolo di sottili righe bianche che formano un disegno a foglie. I colori variano dal bruno dorato al castagna intenso e perfino al nero. Quando la giraffa invecchia, i colori si scuriscono.

Riproduzione

Le giraffe sono creature gregarie, che si spostano in gruppi composti da 2 a 50 individui. Il periodo di gestazione può andare da 420 a 468 giorni e il piccolo che la femmina partorisce è alto quasi due metri. Alla nascita il piccolo cade letteralmente a terra, a testa in giù, da un’altezza di oltre due metri! Nel giro di 15 minuti, comunque, si alza, barcollante ma illeso, e pronto per la sua prima poppata. Dopo due o tre settimane, il piccolo comincia istintivamente a rosicchiare la punta tenera dei rami di acacia e ben presto è abbastanza forte da tener dietro alle lunghe falcate della madre.

Il piccolo è una splendida copia in miniatura dei genitori. Basso, in paragone con le giraffe adulte, è più alto della maggioranza degli uomini. In posizione eretta, curioso e senza paura sotto gli occhi vigili dell’altissima madre, il piccolo offre un delizioso spettacolo.

Dopo la nascita, i piccoli vengono radunati in gruppi, e trascorrono la giornata riposando, giocando e osservando quanto avviene intorno a loro. Il piccolo cresce straordinariamente in fretta. Nel giro di sei mesi può crescere quasi di un metro, e in un anno può raddoppiare la sua altezza. In una sola settimana, può crescere di ben 23 centimetri! Mamma giraffa è molto protettiva e anche se lascia che il piccolo si allontani un po’, la sua ottima vista le permette di non perderlo d’occhio.

Grazie alla sua eccezionale mole, agilità e velocità, oltre all’ottima vista, la giraffa ha pochi nemici allo stato libero, a parte i leoni. Tuttavia è stato l’uomo a cacciare e uccidere un gran numero di queste belle creature. Oggetto di una caccia spietata per la bella pelle, la carne gustosa e i lunghi crini neri della coda — che secondo alcuni sarebbero dotati di poteri misteriosi — questo pacifico animale va adesso incontro a un futuro incerto. Un tempo le giraffe erano numerose in molte parti dell’Africa, ma ora sono relativamente al sicuro solo all’interno dei parchi e delle riserve naturali dove vengono protette.

Oggi chi fa un safari in Africa può ancora provare l’emozione di vedere giraffe dal lungo collo che corrono libere per le vaste pianure erbose. Si possono vedere mentre brucano le foglie sui rami più alti delle spinose acacie o mentre guardano lontano nel loro modo caratteristico.

IL PRODIGIOSO LUNGO COLLO

La forma strana della giraffa e la sua enorme mole dovrebbero presentare dei problemi, o per lo meno così si potrebbe pensare. Dato il lungo collo e la grande altezza, sembrerebbe impossibile regolare l’afflusso di sangue in tutte le parti del corpo. Quando la giraffa abbassa la testa fino a terra, per esempio, per effetto della forza di gravità un’enorme quantità di sangue dovrebbe affluire rapidamente alla testa, sommergendo il cervello, e quando alza la testa, il sangue dovrebbe tornare velocemente al cuore, facendole perdere i sensi. Tuttavia questo non accade. Perché no?

L’apparato circolatorio è un vero capolavoro, essendo esattamente quello che ci vuole per la forma particolare del corpo e la mole. Il cuore stesso è eccezionalmente grosso e deve pompare forte per inviare il sangue al cervello, situato ben 3 metri e mezzo più su. Il muscolo cardiaco, con i suoi 170 battiti al minuto, ha pareti dello spessore di sette centimetri che generano una pressione arteriosa sistolica che è quasi il triplo di quella umana. Per gestire senza pericolo una tale forza, sia la carotide, l’arteria che porta il sangue al cervello, che la giugulare, la vena che riporta il sangue al cuore, devono essere grosse. In effetti questi vasi sanguigni hanno un diametro di oltre due centimetri e mezzo e sono rinforzati con un tessuto elastico e resistente, che li rende flessibili e robusti.

Quando la giraffa abbassa la testa, le valvole nella vena giugulare impediscono al sangue di tornare al cervello. Alla base del cervello, la grossa carotide passa attraverso un altro straordinario meccanismo che è stato chiamato rete mirabile. Lì l’ingente flusso di sangue al cervello che si crea quando la giraffa abbassa la testa rallenta grazie a una speciale rete di minuscoli vasi che regolano la pressione sanguigna e proteggono il cervello da un eccessivo afflusso di sangue. La rete mirabile si espande quando l’animale abbassa la testa e si contrae quando la alza, compensando la forte diminuzione della pressione sanguigna e il rischio di collasso.

Anche il collo è fatto in modo meraviglioso. Gli scienziati sono rimasti sorpresi scoprendo che il collo straordinariamente lungo della giraffa ha lo stesso numero di vertebre di un topo o della maggioranza degli altri mammiferi. Tuttavia, a differenza della maggioranza degli altri mammiferi, la giraffa ha vertebre allungate unite fra loro da una specie di giunto sferico, il che conferisce notevole flessibilità. Così riesce a piegare e torcere il collo per strigliarsi ogni parte del corpo o per raggiungere con delicatezza le alte fronde di un albero.

pensiero biblico; Questa splendida creatura, dalle forme di una bellezza strana e dalla natura docile, è fatta in modo veramente meraviglioso, un’altra prova del genio creativo e della personalità senza uguali dell’onnipotente Dio. — Salmo 104:24.

Articolo tratto da "Svegliatevi"




sabato 31 luglio 2010

UNA SPLENDIDA ISOLA SABBIOSA


NEL 1770 il capitano James Cook, esploratore inglese, risalì la costa orientale dell’Australia. Circa 150 chilometri a nord dell’odierna città di Brisbane oltrepassò un’isola sabbiosa che col tempo avrebbe attratto 300.000 visitatori all’anno. Cook non le diede molta importanza. Per di più sia lui che altri pensarono fosse una penisola, non un’isola. Pochi anni dopo vi approdò l’esploratore Matthew Flinders. “Nulla [potrebbe essere] più brullo di questa penisola”, scrisse.
Se si fossero avventurati oltre i chilometri di spiagge e dune dorate, Cook e Flinders si sarebbero fatti un’opinione totalmente diversa. Avrebbero trovato una foresta pluviale incontaminata, laghi cristallini d’acqua dolce, dune di sabbia dai molteplici colori e centinaia di specie animali. Quella che ora è nota come Fraser Island è la più grande isola sabbiosa del mondo ed è così straordinaria che nel 1992 fu inclusa nell’elenco del “Patrimonio mondiale dell’umanità”.
Originata dalle montagne
La Fraser Island è lunga 120 chilometri, larga fino a 25 e occupa una superficie di circa 1.600 chilometri quadrati. Dune che raggiungono i 240 metri sul livello del mare ne fanno l’isola di sabbia più alta del mondo. Come si è formata questa particolare massa insulare?
Pare che le innumerevoli tonnellate di sabbia di cui è formata l’isola provengano dalla Gran Catena Divisoria, un sistema montuoso che si estende lungo tutta la costa orientale dell’Australia. Nel corso del tempo forti piogge hanno eroso le rocce trascinandone i frammenti nei fiumi fino al mare. Le correnti oceaniche li hanno poi ridotti in sabbia a grana fine e sospinti lentamente verso nord sul fondo marino. Frenati da promontori e sporgenze rocciose sottomarine, i granelli si sono accumulati e hanno dato origine alla Fraser Island.
L’Oceano Pacifico continua a depositare sulle spiagge sabbia che il vento sospinge verso l’interno formando le dune. A loro volta le dune avanzano di circa un metro all’anno ricoprendo tutto ciò che incontrano.
Laghi d’acqua dolce e foreste rare
È sorprendente che nell’isola ci siano 40 laghi d’acqua dolce che occupano cavità sulle dune di sabbia. Alcuni di questi bacini d’acqua sono chiamati laghi sospesi perché occupano grandi depressioni del terreno proprio in cima alle dune. Cos’è che impedisce all’acqua di defluire? Un rivestimento di torba, cioè uno strato di foglie, cortecce e rami parzialmente decomposti.
Nell’isola ci sono anche “laghi finestra”, che si formano quando la depressione del terreno sabbioso scende sotto il livello di una falda freatica. L’acqua dolce affiora nel bacino e crea laghetti d’acqua cristallina, filtrata dalla sabbia, che sono in realtà finestre sulla falda.
I laghi dell’isola sono alimentati da 1.500 millimetri di pioggia all’anno. L’acqua che non viene trattenuta dai laghi o assorbita dalla sabbia forma fiumiciattoli che scorrono verso il mare. Secondo le stime, uno di questi riversa nell’Oceano Pacifico cinque milioni di litri d’acqua all’ora.
A motivo di quest’abbondanza d’acqua l’isola è rigogliosa. Di norma non si formano foreste pluviali su terreni sabbiosi poveri di elementi nutritivi, ma questo è uno dei pochi posti al mondo in cui la foresta pluviale cresce sulla sabbia. Anzi, una volta la foresta era così fitta che per oltre un secolo vi echeggiarono i colpi delle scuri dei taglialegna, i quali prediligevano due specie di eucalipto (Eucalyptus pilularis ed Eucalyptus microcorys) e il pino kauri (Agathis australis). Nel 1929 un boscaiolo disse: “Il viaggiatore si imbatte in un muro vivente di maestosi alberi da legname alti 45 metri . . . Questi colossi della foresta hanno un diametro che va dai due ai tre metri”. Alcune specie, come la Syncarpia hillii e la Syncarpia glomulifera, furono usate nella realizzazione del canale di Suez. Oggi invece gli alberi della Fraser Island possono invecchiare in pace.
Un paradiso con un tragico passato
Il nome dell’isola ha una triste origine. Nel 1836 il capitano James Fraser e sua moglie Eliza sopravvissero al naufragio del brigantino Stirling Castle e approdarono nell’isola. A quanto pare il capitano venne ucciso da una tribù indigena, mentre sua moglie fu poi liberata. In memoria del tragico evento il nome dell’isola fu cambiato da Grande Isola Sabbiosa a Fraser Island, ovvero isola di Fraser.
La popolazione indigena non fu immune da disgrazie. Un tempo qui vivevano 2.000 aborigeni. Si dice che fossero forti e ben piazzati. Chiamavano la loro terra K’gari, cioè paradiso. Una leggenda aborigena descrive l’isola come il posto più bello della creazione. Purtroppo le malattie portate dagli europei decimarono la popolazione. Inoltre, all’inizio del XX secolo buona parte degli aborigeni sopravvissuti era stata trasferita nelle riserve del continente.
Un luogo ospitale
Oggi l’isola è un rifugio per la fauna selvatica. Uno dei “residenti” più famosi è il dingo, il cane selvatico dell’Australia. Dal momento che è isolato dai cani domestici del continente, il dingo della Fraser Island è considerato nell’Australia orientale la razza più pura. Può sembrare un cane domestico, ma non lo è e perciò deve essere trattato con rispetto e cautela.
Nell’isola sono state osservate più di 300 specie di uccelli. Il nibbio di Brahama e l’aquila di mare dal ventre bianco sorvolano le spiagge, mentre sui laghi sfreccia il martin pescatore di foresta dal colore blu iridescente. Tra gli uccelli migratori c’è il corriere della Mongolia che si riproduce in Siberia e va a svernare a sud. Durante il viaggio fa una breve sosta qui. Inoltre piombano stagionalmente sull’isola, in cerca del nettare dei fiori di eucalipto, più di 30.000 pteropi dalla testa grigia, pipistrelli delle dimensioni di un corvo detti anche volpi volanti.
Pure le acque che circondano l’isola brulicano di vita. Ci sono megattere in viaggio dalla gelida Antartide alla Grande Barriera Corallina, dove si riproducono. Nel viaggio di ritorno le megattere mettono in scena uno spettacolo straordinario. Balzano fuori dall’acqua con la loro gigantesca mole e poi si rituffano con un’esplosione di spruzzi visibile a chilometri di distanza: davvero un saluto di tutto rispetto a un’isola stupenda.



mercoledì 2 giugno 2010

IL MARSUPIALE MOLLEGGIATO


“OGNI giorno, quando tornavo da scuola, Joey, il mio canguro domestico, mi aspettava seduto vicino al cancello”, ricorda John. “Non appena aprivo il cancello saltava su e mi abbracciava con le zampe anteriori, e io abbracciavo lui. In un linguaggio tutto nostro ci dicevamo: ‘Che bello vederti!’ Poi Joey si allontanava di qualche metro saltellando sul vialetto di casa come un cane eccitato, quindi tornava e la scena si ripeteva fino a che non arrivavamo sulla porta di casa”.

Gli abitanti dell’entroterra australiano, come la famiglia di John, sono autorizzati a tenere canguri come animali da compagnia. In genere si tratta di orfani salvati da piccoli dopo che la madre era morta, magari mentre cercava di attraversare una strada. Tra parentesi, “joey”, il nome che John diede al suo canguro, è anche il termine con cui in Australia vengono chiamati i piccoli dei canguri.

Naturalmente, chi adotta un canguro desidera che si senta a suo agio il più presto possibile. Perciò una delle prime cose che gli provvede è un marsupio. Si sceglie un punto riparato, a una giusta distanza dal caminetto, e vi si appende una grande borsa di stoffa resistente con un taglio davanti, per imitare il marsupio di mamma canguro. Dopo di ciò vi si mette il piccolo con un biberon pieno di uno speciale latte caldo. In questo modo molti canguri riescono a sopravvivere. Ben presto si abituano al nuovo marsupio, e vi si tuffano di testa, come se si trattasse di quello della madre.

Come descrivere il canguro?

Gli animali che allevano i piccoli nel marsupio sono detti marsupiali. In questo ordine, che comprende circa 260 specie, rientrano il canguro, il koala, il vombato, il peramele o bandicut e l’opossum (l’unica specie originaria del Nordamerica). Com’è comprensibile, i primi esploratori fecero fatica a descrivere questi animali insoliti, soprattutto il canguro, una volta tornati in patria. Il primo a mettere per iscritto il termine inglese “kangaroo” fu il capitano James Cook. Paragonò questo animale a ‘un levriero che salta come una lepre o un cervo’. Quando, in seguito, a Londra fu esibito un canguro vivo, fece grande scalpore.

I canguri hanno orecchie grandi e mobili e la testa simile a quella di un cervo. Gli arti superiori, piccoli ma robusti, assomigliano a braccia umane, soprattutto quando il canguro sta in posizione eretta. I canguri hanno fianchi massicci e muscolosi, la coda grossa ed elastica, e naturalmente piedi enormi, caratteristica da cui deriva il nome della famiglia: Macropodidi.

La famiglia dei Macropodidi comprende circa 55 specie, che possono essere grandi quanto un essere umano o piccole come un topo. Tutti i Macropodidi hanno gli arti anteriori piccoli e i posteriori lunghi, adatti al salto. Le specie più grandi sono i canguri rossi, i canguri giganti grigi e i wallaroo robusti (detti anche euri o canguri delle rocce). Un maschio di canguro rosso superava i due metri dal naso alla punta della coda e pesava 77 chili. Esistono poi specie di canguri più piccoli detti wallaby.

Avete mai visto o sentito parlare di un canguro che vive sugli alberi? Ebbene, che ci crediate o no, nella famiglia dei canguri c’è anche una “scimmia”: il canguro arboricolo, o dendrolago. Si tratta di animali agili dagli arti più corti che vivono nelle foreste pluviali tropicali della Nuova Guinea e dell’Australia nord-orientale e che si trovano talmente a proprio agio sugli alberi che possono compiere balzi di una decina di metri da un ramo all’altro o da un albero all’altro. Di notte scendono a terra, dove si cibano principalmente di piante erbacee e larve di insetti.

Veloci, aggraziati, efficienti

Quando si spostano lentamente, i canguri sembrano goffi e impacciati. Appoggiandosi sulla coda e sui corti arti superiori, sollevano e spostano in avanti le zampe posteriori. Quando corrono, invece, sono molto aggraziati. Quando saltano, toccando anche i 50 chilometri l’ora, usano la grossa coda come bilanciere. Secondo un’enciclopedia, “possono raggiungere punte di oltre 60 chilometri l’ora”. (The World Book Encyclopedia) Un canguro di grandi dimensioni, in piena velocità, può spiccare balzi di 9 metri o addirittura di 13 metri e mezzo, dando quasi l’impressione di volare!

I canguri non sono solo veloci, ma usano l’energia in un modo molto efficiente. Uwe Proske, professore della Monash University di Melbourne, afferma che il canguro consuma l’ossigeno in maniera più efficiente quando salta a una velocità superiore che quando salta a una velocità inferiore. Proske ha anche calcolato che “a 20 chilometri l’ora o più, l’energia usata da un canguro che salta è inferiore a quella di un quadrupede placentato [ovvero che partorisce piccoli ben sviluppati, come il cane o il cervo] dello stesso peso che corra alla stessa velocità”. A motivo dell’efficienza energetica del suo sistema di locomozione, il canguro può percorrere lunghe distanze senza stancarsi. Ma come fa a correre consumando così poca energia?

Il segreto sta nei suoi lunghi tendini d’Achille. “È come se i canguri saltassero con delle molle ai piedi”, dice Proske. I tendini d’Achille dei canguri, come quello dei muscoli del polpaccio dell’uomo, si allungano quando le zampe toccano terra e si comprimono quando si staccano dal terreno. I canguri compiono lo stesso numero di salti al secondo (circa due nel caso del canguro rosso) indipendentemente dalla velocità. Per andare più veloci si limitano a compiere balzi più lunghi. Un’eccezione è quando il canguro è spaventato, nel qual caso può mettersi in fuga con salti piccoli e rapidi, che gli consentono una migliore accelerazione.

I canguri sono anche esperti nuotatori. Non si valgono solo delle potenti zampe, ma anche della coda, che fornisce loro un’ulteriore spinta. A volte i canguri inseguiti dai cani approfittano della loro abilità nell’acqua e saltano in una pozza d’acqua o in un fiume. Se qualche cane è abbastanza coraggioso da seguirli fin lì, lo spingono sott’acqua con i muscolosi arti superiori, che terminano con cinque dita munite di affilati artigli. Nella proprietà della famiglia di John, il ragazzo menzionato all’inizio, due cani furono quasi annegati da un canguro selvatico che lottò con loro in un piccolo laghetto artificiale.

La meraviglia della nascita dei marsupiali

I canguri, che da adulti sono robusti e resistenti, quando nascono sono invece estremamente immaturi e delicati. Simili a poco più di un vermiciattolo rosa lungo meno di tre centimetri e del peso di pochi grammi, nascono senza pelo, ciechi e sordi. Tuttavia, grazie al precoce sviluppo degli arti superiori muniti di unghie e al senso dell’olfatto, il “vermiciattolo” si arrampica istintivamente lungo la pelliccia della madre fino ad entrare nel marsupio. Una volta dentro il marsupio, si attacca a uno dei quattro capezzoli. L’estremità del capezzolo si dilata immediatamente dentro la bocca del neonato, tenendolo ben fermo per varie settimane. Tenendo conto di come viaggia la madre, è davvero vantaggioso avere un solido ancoraggio! In effetti, questo sistema di ancoraggio è così efficace che i primi osservatori pensarono che il piccolo crescesse dal capezzolo!

Con il tempo, naturalmente, il piccolo crescerà e lascerà il marsupio, anche se all’inizio solo per brevi periodi. Trascorsi sette-dieci mesi, però, dopo essere stato completamente svezzato, lascerà il marsupio una volta per tutte. Ma torniamo al momento in cui il piccolo si attacca per la prima volta a un capezzolo e notiamo un’altra meraviglia della riproduzione dei canguri.

Pochi giorni dopo che il neonato si è attaccato al capezzolo della madre, questa si accoppia di nuovo. L’embrione che risulta da questo accoppiamento si sviluppa per una settimana circa, dopodiché entra in una fase di quiescenza — restando, per così dire, in attesa — mentre il fratellino più grande continua a crescere nel marsupio. Quando il fratellino più grande ma non ancora svezzato lascia il marsupio, l’embrione ricomincia a crescere. Dopo una gestazione di 30 giorni, anch’esso si attacca a un capezzolo, ma non a quello da cui prende il latte il fratellino maggiore.

È qui che entra in gioco un’altra meraviglia della biologia del canguro. La madre fornisce un tipo di latte al piccolo appena nato e un altro tipo a quello più grandicello. A questo proposito la rivista Scientific American scriveva: “I due tipi di latte secreti dalle due ghiandole mammarie separate sono del tutto diversi come volume e composizione. Come si possa verificare questo fenomeno, nelle medesime condizioni ormonali, è ancora un problema irrisolto”.

Dove si possono vedere i canguri

Se volete vedere i canguri nel loro ambiente naturale, dovete essere disposti a lasciare la città e addentrarvi nell’entroterra australiano, il cosiddetto outback. I canguri, che si nutrono di erba e piccole piante, si possono trovare da soli, in gruppetti o in gruppi più grandi che gli australiani chiamano mob, a capo dei quali ci sono imponenti esemplari maschi detti boomer. Visto che i canguri si nutrono principalmente di notte e nelle ore calde del giorno riposano all’ombra (dove sono ben mimetizzati), un buon orario per vederli è la mattina presto o al crepuscolo. Dove il clima è più fresco, tuttavia, possono essere attivi tutto il giorno. In ogni caso, portate con voi un teleobiettivo e un binocolo: i canguri selvatici sono animali molto timidi.

Naturalmente, potete vedere i canguri anche in moltissimi zoo, riserve naturali e parchi nazionali di tutta l’Australia e di altri paesi. Essendo regolarmente a contatto con gli esseri umani, questi canguri sono meno timidi, per cui dovreste riuscire a scattare qualche bel primo piano, magari persino di una mamma canguro con un piccolo che spunta dal marsupio. I piccoli un po’ più cresciuti fanno sempre sorridere quando si tuffano nel marsupio della madre lasciando sporgere le zampe posteriori lunghe e magre, dando così a mamma canguro l’aspetto di una borsa della spesa stracolma. (I piccoli di canguro sembrano tutti zampe!) Un bel maschio può anche regalarvi una bella posa eretta. E chissà! Potreste persino vedere un paio di grandi boomer, ritti in tutta l’altezza che le loro zampe lunghe e flessibili consentono, impegnati in un incontro di pugilato!

Per molti, però, lo spettacolo più bello è vedere un grande canguro rosso o grigio che salta a tutta velocità. È vero che altri animali possono correre più veloci o saltare più in alto, ma in nessuna creatura vedrete una combinazione così straordinaria di grazia, potenza ed elasticità su due sole, possenti zampe.



mercoledì 14 aprile 2010

Il romantico mondo dei cavallucci marini


I DUE si scambiano uno sguardo e arrossiscono. Lui è tutto impettito, e lei lo guarda con ammirazione. A un certo punto si sfiorano, per poi stringersi in un abbraccio. Nella luce incerta dell’alba danno vita a uno dei più eleganti balletti della natura: la danza dei cavallucci marini.

“I cavallucci marini hanno un fascino tutto particolare”, dice il biologo marino Keith Martin-Smith. In passato, però, non era chiaro come bisognava classificarli. Gli antichi naturalisti li chiamarono “ippocampi”, come i leggendari cavalli dalla coda di pesce che trainavano il carro di Poseidone, il dio greco del mare.

Sembra che nel Medioevo i venditori ambulanti li spacciassero per piccoli di drago. In realtà i cavallucci marini non sono che pesci con scheletro osseo (osteitti), anche se l’aspetto e il modo di nuotare non sono quelli tipici dei pesci. Quando si muovono con eleganza oppure si librano nell’acqua assomigliano a delicati cavallini di cristallo... sembra quasi che i pezzi di un fantastico gioco degli scacchi abbiano improvvisamente preso vita.

I cavallucci marini vivono nelle acque costiere temperate di quasi tutto il mondo. Hanno forme e dimensioni incredibilmente varie. Secondo gli esperti ce ne potrebbero essere da 33 a più di 70 specie diverse. Si va dal cavalluccio pigmeo (Hippocampus bargibanti), più piccolo di un’unghia, all’Hippocampus abdominalis, che può superare i 30 centimetri di lunghezza.

Senza denti, senza stomaco... senza problemi!

Con la testa che ricorda quella di un cavallo, il corpo rivestito di una corazza fatta di placche e anelli ossei e una coda prensile simile a quella delle scimmie, i cavallucci marini sono più adatti a restarsene ancorati in un punto che a scorrazzare di qua e di là. Per la maggior parte del giorno si limitano a starsene con la coda attorcigliata su qualche appiglio e a mangiare. Se devono spostarsi, usano la minuscola pinna dorsale per spingersi delicatamente in avanti e le pinne pettorali per controllare la direzione. Regolando la quantità d’aria presente nella vescica natatoria salgono e scendono come minuscoli sottomarini.

Quando sono affamati, i cavallucci marini non scherzano: con la bocca risucchiano velocemente qualsiasi minuscolo gamberetto o crostaceo si trovi a passare nelle vicinanze. Non avendo denti o stomaco a facilitare la digestione, i cavallucci marini devono catturare ogni giorno qualcosa come 50 gamberetti per procurarsi il nutrimento necessario. Questo non è un problema, in quanto hanno una vista eccezionale. I due occhi si muovono in maniera indipendente, così quando i cavallucci marini sono in cerca di prede un occhio può scrutare davanti e l’altro dietro. Inoltre, questi animali riescono a percepire una gamma cromatica più ampia di quella che percepiamo noi, e hanno un’acutezza visiva che ha pochi confronti nel mondo dei pesci.

I cavallucci marini devono evitare di finire a loro volta in pasto ad altri animali. Per sfuggire a predatori come granchi e tartarughe marine, molte specie sono in grado di mimetizzarsi benissimo con le alghe, i coralli o le mangrovie che costituiscono il loro habitat. La colorazione a chiazze, le appendici filiformi che assomigliano a piante marine e la capacità di cambiare colore permettono loro di rendersi invisibili. “Si mimetizzano così bene che per riuscire a vederli bisogna sapere dove guardare”, afferma il ricercatore Rudie Kuiter.

Danza e corteggiamento

A differenza di quanto avviene nella maggior parte dei pesci, il maschio e la femmina rimangono fedeli l’uno all’altro per tutta la vita e raramente si allontanano l’uno dall’altro. Ogni giorno, all’alba, riconfermano il proprio legame con una danza caratteristica. “La danza dei cavallucci marini è così bella ed elegante che è un vero spettacolo”, dice Tracy Warland, che li alleva. Quando la danza finisce, ciascun cavalluccio marino torna al proprio appiglio e continua a mangiare per il resto della giornata. La parata nuziale è più elaborata. Man mano che la femmina si avvicina al maschio questo gonfia il suo “marsupio”, assume un colore più vivace e comincia a muoversi avanti e indietro di fronte a lei per mettersi in mostra. I due si mettono a girare lentamente uno intorno all’altro e intrecciano le code. Poi cominciano a fare piroette sul fondo marino come cavalli imbizzarriti. Per una mezz’oretta continuano a salire e scendere, a girare vorticosamente e a cambiare colore.

Naturalmente, la parata nuziale è la prima fase del processo riproduttivo. “Quando si avvicina il momento di accoppiarsi le danze dei cavallucci marini diventano più lunghe e frequenti, e si possono ripetere anche più volte al giorno”, spiega Kuiter. “Quando la danza raggiunge il momento culminante, i due risalgono lentamente verso la superficie, stretti l’uno all’altro con le code intrecciate. A questo punto la femmina depone delicatamente le uova nel marsupio del maschio”. Il futuro padre trova un posto tranquillo per sistemare bene le uova all’interno del marsupio. Le feconda, e dà così inizio alla gestazione più insolita di tutto il regno animale.

“Il sogno di ogni donna”

“Trovo bellissimo che siano i cavallucci marini maschi a portare avanti la gravidanza e partorire”, ha detto una donna. Un’altra, con una certa ironia, ha aggiunto: “È il sogno di ogni donna”. In un solo anno un maschio ha portato a termine sette gravidanze consecutive, della durata di 21 giorni ciascuna.

Mentre i piccoli sono annidati nella tasca marsupiale, una fitta rete di vasi sanguigni provvede loro l’ossigeno e il nutrimento necessari. Con il tempo il grado di salinità all’interno del marsupio comincia a salire, così da preparare i piccoli all’ambiente marino. Quando arriva il momento del parto, il travaglio può durare da alcune ore a un paio di giorni. Alla fine il marsupio si apre e un po’ alla volta i piccoli cavallucci marini fanno il loro ingresso nel mondo. Il loro numero varia da specie a specie, ma può arrivare a 1.500.

Perché sono in pericolo

Nonostante l’elevata natalità, le popolazioni di cavallucci marini sono sempre più minacciate. Secondo alcuni esperti, in tutto il mondo ogni anno ne vengono catturati e venduti 30 milioni di esemplari. Molti sono destinati al mercato della medicina tradizionale asiatica, che li usa per curare malanni di ogni genere, che vanno dall’asma e dalle fratture ossee all’impotenza.

Ogni anno circa un milione di cavallucci marini vengono utilizzati dall’industria dei souvenir che li trasforma in portachiavi, fermacarte e monili. La pesca effettuata con le reti a strascico, l’uso della dinamite nelle scogliere coralline e l’inquinamento mettono in pericolo le delicate aree costiere che costituiscono il loro habitat. I cavallucci marini vengono anche catturati per essere venduti agli acquari; pochi, però, riescono a sopravvivere in cattività, dal momento che hanno bisogno di un’alimentazione particolare e si ammalano facilmente.

Per arginare il fenomeno c’è chi vorrebbe costringere varie nazioni a dimostrare che le proprie esportazioni di cavallucci marini sono ecologicamente sostenibili. Grazie a metodi e tecnologie migliori, oggi alcuni allevatori sono in grado di rifornire il mercato degli acquari con cavallucci marini allevati in cattività.

Il futuro dei cavallucci marini è strettamente legato al futuro del mare. “In tutto il mondo i mari sono chiaramente minacciati dalle attività umane. Li sfruttiamo troppo in tutti i sensi”, afferma Kuiter. Queste delicate creature marine verranno spazzate via dall’impietoso avanzare del cosiddetto “progresso” umano? “Dobbiamo essere ottimisti”, dice Martin-Smith. “La gente in genere è disposta a collaborare. Il nostro compito è sensibilizzare un maggior numero di persone sul destino delle creature viventi. Raggiunto questo obiettivo, le cose cambieranno. Se riusciamo a salvare i cavallucci marini, forse riusciremo a salvare anche il mare”.



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