venerdì 31 luglio 2009

Barzellette: Le Aquile

Qual è l’animale che può stare in tre posti contemporaneamente?
L’Aquila.
Perché?
Perchè è La qui la.


Un'aquila volteggiando sopra le montagne scorge un topolino e allora si butta in picchiata sempre più giù, sempre più giù, sempre più giù, e, afferrando la preda con gli artigli, esclama: "l'ho già letto!"



Due aquile vedono passare un aereo a reazione.
Hai visto quello come corre? dice un'aquila.
E l'altra - grazie, vorrei vedere te con il didietro in fiamme.

Tre monaci tibetani in meditazione. Passa un uccello.
1° Monaco: “Un’aquila!!!
2° Monaco dopo un anno: “no, un falco!
3° Monaco dopo un anno ancora: “Insomma, la smettete di chiacchierare?”

Poesia
vedo un camoscio e gli stambecchi saltare
un'aquila vola in alto
e le marmotte zampettano circospette.
amore, sei sicura che di qui si va a Rimini????


Piaciute?
Potete aggiungerne altre (purchè siano pulite) mediante i commenti. Tema "aquile"


giovedì 30 luglio 2009

E adesso parliamo di uccelli




La stupenda aquila nera

DALL’ALTO proviene un grido rauco. Due falchi stanno attaccando a mezz’aria un’aquila nera femmina. Un falco piomba giù, ma l’aquila si prepara all’attacco rigirandosi sulla schiena e aprendo gli artigli. Ora entrambi i falchi scendono in picchiata, uno dietro l’altro. Di nuovo l’aquila si rigira per affrontare il primo falco. Ma potrà rimanere in volo capovolta abbastanza a lungo da affrontare il secondo? Con perfetto dominio esegue un doppio giro appena in tempo per sventare il secondo attacco. Che stupendo modo di volare!
L’aquila nera, con un’apertura alare di un metro e ottanta, è presente nel Sud Africa, in tutta l’Africa orientale e fino in Israele. Come fa capire il nome, questo uccello è di un color nero luccicante. Una chiazza bianca sul dorso forma una “V” sulle spalle. Quando l’uccello è in volo, le chiazze pallide che ha sulla punta delle ali fanno sembrare le ali trasparenti.
Nidi ben fatti
Di solito il nido viene fatto su qualche rupe inaccessibile sopra un precipizio. Una coppia di aquile nere può avere due o anche tre nidi, tutti nella stessa zona, e usarli a turno secondo che ne abbiano voglia. Forse il fatto di usare una volta questo e una volta quel nido serve a tenere lontani i parassiti. Le aquile nere sono eccezionalmente pulite.
Il nido è ben fatto e viene ingrandito e rimesso a nuovo ogni volta che è usato. Può essere largo alla base un metro e mezzo e alto quasi altrettanto ed è fatto di stecchi grossi quanto un pollice. Sia il maschio che la femmina danno il loro contributo alla costruzione del nido. Ad ogni modo, mentre il maschio mette gli stecchi dove ritiene siano più adatti, spesso la sua compagna li sposta. Nel far ciò può darsi ne rimetta qualcuno nel posto dov’era in origine; ma allora è persuasa che quello è il posto migliore. Il nido non è un mucchio di stecchi sistemati a caso.
L’incavo al centro del nido è infine rivestito di ramoscelli e foglie verdi che vengono rinnovati di continuo. Questo è un rivestimento soffice e può anche provvedere l’umidità necessaria per covare le uova.
Corteggiamento elaborato
A metà maggio, riparato il nido, ha inizio un elaborato corteggiamento. Lo scopo non è quello di conquistare una compagna, perché queste aquile, una volta accoppiate, restano insieme tutta la vita, e alcune vivono fino a cinquant’anni. Si tratta invece di qualcosa che avviene prima dell’accoppiamento, ed entrambe le aquile partecipano a emozionanti acrobazie aeree.
A volte il maschio scende sulla femmina in volo, e al suo avvicinarsi lei si rigira. La coppia unisce gli artigli e si lascia cadere, roteando per un considerevole tratto prima di separarsi. Altre volte questi uccelli saliranno e poi si getteranno in picchiata in una rotta simile a quello di un pendolo che oscilla, e alla fine dell’oscillazione volteggiano su un’ala. Le proporzioni fra peso per superficie alare e lunghezza per larghezza delle ali costituisce un eccellente compromesso per le esigenze di volo di quest’aquila.
Allevamento dei piccoli
Le aquile nere depongono le uova nella prima parte di giugno. Di solito ci sono due uova, che vengono deposte a un intervallo di uno-quattro giorni l’uno dall’altro, e vengono incubate per circa 44 giorni. Il maschio si divide con la femmina il compito di covare le uova di giorno, ma la femmina fa sempre il turno di notte per intero.
Benché ci siano due uova nel nido, viene allevato un solo aquilotto. A volte la femmina distruggerà un uovo quando è evidente che nell’altro c’è un piccolo vivo. In altre occasioni, entrambe le uova vengono fatte schiudere. In tal caso, il primogenito di solito domina l’altro, che presto muore. I genitori non fanno niente per impedirlo, benché ci sia da mangiare in abbondanza per tutt’e due gli uccelli. Perché?
Non è chiaro perché la famiglia venga istintivamente limitata. Certo non è perché manchi da mangiare. Un motivo potrebbe essere il fatto che l’aquila ha bisogno di un addestramento accurato, per cui un piccolo sembra richiedere tutta l’attenzione di entrambi i genitori.
Perché allora ci sono due uova? A volte, a causa di sterilità, incidente o predatori, un uovo può andare perduto. Due uova accrescono le probabilità che la covata riesca e assicurano all’aquila la sopravvivenza. Quando due uova si schiudono, se capita qualcosa al primogenito, predominerà il secondo nato e questo sopravvivrà al primo aquilotto.
Picchiettando sul guscio dell’uovo il piccolo dà al genitore il segnale che sta per uscire. Il maschio va a caccia di una tenera giovane procavia. In circostanze normali, l’alimentazione dell’aquila nera è per il 99 per cento a base di procavie. Una procavia può superare i quattro chili di peso e viene mangiata di solito per intero: carne, pelle e ossa. Può sembrare strano, ma le ossa forniscono il calcio, essenziale per l’alimentazione dell’aquila. La pelle, con il pelo, pare favorisca la digestione.
Le parti migliori della preda vanno all’aquilotto, che sembra una pallottola di lanugine bianca. Esso divora avidamente le strisce di carne che il genitore strappa dalla carcassa. Man mano che il piccolo cresce, impara a strappare la carne dalla carcassa e a ingoiare parti come le ossa e la pelle.
Ci sono altre cose che l’aquilotto deve imparare sin dalla tenera età. Per mantenere pulito il nido, si deve insegnare al piccolo a defecare oltre il bordo del nido, facendo attenzione alla direzione del vento. La madre sposterà il piccolo mettendogli un piede sotto e accompagnandolo fino al bordo del nido finché non impari a evacuare nel posto giusto. Man mano che l’uccello cresce, basteranno una ferma pressione su una zampa e uno sguardo significativo per fargli capire che deve muoversi.
È evidente che per allevare un’aquila ci vuole molto tempo. Infatti passeranno da 95 a 100 giorni prima che l’aquilotto si levi in volo.
L’aquilotto prende il volo
Quando si avvicina il tempo del primo volo, l’aquilotto si sente sempre più limitato nel nido. Osserva gli altri uccelli, stira le ali e le zampe, batte le ali e salta su e giù. Le penne sono completamente sviluppate, ma il piumaggio non ha ancora il nero luccicante che ha quello dei genitori. L’uccello giovane è chiazzato di marrone e di rossiccio e ha il piumaggio da adulto solo con la muta del terzo anno. I genitori capiscono che il tempo per volare è vicino e per un giorno o due smettono di portare cibo al nido. È senz’altro meglio fare il primo volo a stomaco vuoto!
Cos’è che fa partire l’aquilotto per il primo volo? Di solito un richiamo lanciato dai genitori, appollaiati lì vicino o mentre passano in volo. Se tutti gli altri sistemi falliscono, una spinta improvvisa manderà l’aquilotto nel vuoto. Con le sensibili remiganti primarie che ha sulla punta delle ali, l’aquilotto sente la pressione e il movimento dell’aria. A questo punto, però, l’uccello non sa come agire in base alle informazioni ricevute, quindi il volo è di breve durata. L’aquilotto scende lungo il fianco del monte, fino alle pendici più basse, per fare un goffo atterraggio e riposare, col cuore che batte a precipizio. A questo punto i genitori danno da mangiare all’aquilotto. Poi, riacquistata la fiducia, il piccolo è pronto per ritentare. Qualche altro tentativo impacciato e comincia a essere padrone delle ali.
Istruzione accurata
Nel programma d’istruzione, subito dopo viene l’arte della caccia. Spesso entrambi i genitori faranno qualche acrobazia aerea, attirando l’attenzione delle procavie, che se ne stanno sulle rocce a prendere il sole, tenendo d’occhio il nemico, l’aquila nera. Infine un’aquila si abbasserà e, nascosta dietro le rupi, farà un rapido giro attorno a un angolo prendendo da dietro una procavia fiduciosa. La morte è istantanea. Con tutta la pressione del veloce uccello in volo, l’artiglio posteriore penetra nella preda. Gli artigli anteriori si chiudono attorno ad essa che viene sollevata e trasportata al “ceppo” — spesso si tratta di una roccia — dove sarà decapitata e smembrata. L’aquilotto sta a osservare.
Ci vuole molto lavoro per fare di un aquilotto un abile volatore. L’uccello deve imparare a utilizzare i venti deviati verso l’alto da un precipizio, deve imparare a piombare e a librarsi. Per i viaggi lunghi, l’aquila sceglie un giorno in cui il vento soffia nella direzione opposta al volo. Quindi, allorché il sole è alto e riscalda l’aria nelle valli, l’uccello si lancia da una sporgenza di roccia. Subito trova una bolla d’aria calda. Girando in essa l’aquila sale a forse 4.000 metri. Esaurita la spinta dell’aria, l’uccello gira verso la sua destinazione. Planando, l’aquila mantiene la velocità. Nello stesso tempo, la pressione del vento sulle ali impartisce la spinta. In questo modo può coprire centinaia di chilometri con pochi battiti d’ali al momento della partenza.
Perfettamente dotato per il ruolo che deve svolgere, al momento in cui lascia il nido l’aquilotto è scortato dai genitori. Essi portano lontano la loro prole, lasciandola a trovarsi una compagna e costruirsi un nido proprio.

Dal corrispondente di “Svegliatevi!” nella Repubblica Sudafricana


Pensiero biblico su "L'Aquila"

Vedendo un’aquila nei cieli, forse siamo spinti a esclamare: ‘Stupenda!’ Lo studio delle creature terrestri può davvero essere avvincente. Ci meravigliamo per la bellezza di forme degli animali. Non solo tali creature svolgono un ruolo necessario nell’equilibrio del mondo naturale, ma lo fanno con una grazia e una bellezza che rispecchiano le qualità del Creatore. Come lo scrittore biblico Agur, anche noi ci meravigliamo per “la via dell’aquila nei cieli”.Prov. 30:18, 19.

martedì 28 luglio 2009

Iceberg



Palazzi di cristallo sul mare
“ICEBERG sulla rotta!”, grida l’uomo di vedetta con voce ansiosa. L’equipaggio sul ponte della nave reagisce immediatamente. La marcia dei motori viene invertita per evitare la collisione. Ma è troppo tardi. Sul fianco destro della nave si apre una falla che risulterà fatale.
In meno di tre ore l’Atlantico settentrionale inghiotte quello che allora era il più grande transatlantico di lusso del mondo. Il 15 aprile 1912, appena cinque giorni dopo la partenza per il viaggio inaugurale dall’Europa all’America Settentrionale, il Titanic si posa sul fondo dell’oceano, a una profondità di quattro chilometri. Muoiono in mare circa 1.500 persone, fra passeggeri e uomini dell’equipaggio.
E che ne fu del colossale blocco di ghiaccio? Rimase praticamente intatto. Solo la punta entrò in collisione con il Titanic. Il giorno seguente fu avvistato in acque più calde a sud, come se nulla fosse accaduto. La fine dell’iceberg, che si sciolse a poco a poco nel vasto oceano, venne presto dimenticata. L’affondamento del Titanic, però, è ricordato ancor oggi come una tremenda catastrofe marittima.
Iceberg! Così belli e maestosi, eppure così pericolosi. Li avete mai visti da vicino e avete capito che effetto hanno sull’uomo e sulla natura? Vorreste sapere perché e come vengono all’esistenza? E cosa viene fatto per proteggere la gente in mare dal pericolo degli iceberg? (Vedi il riquadro “International Ice Patrol”).
Origine e ciclo vitale
Gli iceberg sono in pratica dei giganteschi blocchi di ghiaccio di acqua dolce. Provengono dai ghiacciai e dall’inlandsis, l’estesa coltre di ghiaccio che ricopre l’Artide e l’Antartide. Sapevate che dalla calotta antartica proviene circa il 90 per cento degli iceberg della terra? E anche i più grandi si staccano di lì. La parte emergente può raggiungere i 100 metri di altezza; e possono essere lunghi oltre 300 chilometri e larghi 90. Il peso dei grandi iceberg oscilla tra i 2 milioni e i 40 milioni di tonnellate. E come i fiocchi di neve, non ci sono due iceberg uguali. Alcuni hanno un aspetto tabulare avendo la cima piatta. Altri assumono un aspetto cuneiforme o cupoliforme, altri ancora sono a pinnacolo.
Di solito la parte emersa di un iceberg va da un settimo a un decimo soltanto della massa totale. Questo vale in particolare per gli iceberg tabulari. È più o meno quello che avviene a un cubetto di ghiaccio in un bicchiere d’acqua. Tuttavia la proporzione fra ghiaccio emerso e ghiaccio sommerso varia, secondo la forma dell’iceberg.
Gli iceberg antartici tendono ad avere cima piatta e pareti verticali, mentre gli iceberg artici sono spesso irregolari e a forma di torre. Questi ultimi, che provengono soprattutto dalla coltre di ghiaccio che ricopre la Groenlandia, costituiscono la più grande minaccia per l’uomo, dato che andando alla deriva possono incrociare la rotta dei transatlantici.
Ma come si formano gli iceberg? Nelle regioni settentrionali e meridionali della terra spesso la quantità di neve e nevischio che cade supera quella che fonde ed evapora. Come risultato gli strati di neve che si formano sulle superfici continentali diventano ghiaccio glaciale. Anno dopo anno, man mano che cadono altra neve e altro nevischio, ha luogo una progressiva compattazione. Si creano così massicce coltri di ghiaccio su estese aree di terra come la Groenlandia. Infine il ghiaccio raggiunge uno spessore e una durezza tali da far scivolare molto lentamente il pesante ghiacciaio da pendii elevati sino a valle e infine nel mare. Descrivendo questo spostamento, Bernard Stonehouse ha detto in un suo libro: “Il ghiaccio, pur essendo duro, è elastico e si deforma con facilità; sottoposti a pressione i suoi cristalli esagonali si compattano, poi scivolano l’uno sull’altro dando luogo allo scorrimento e alla caduta tipici dei ghiacciai”. — North Pole, South Pole.
Immaginate un fiume di ghiaccio che si sposta lentissimamente su un terreno irregolare. Avendo già profonde fessure verticali, questa gigantesca lingua di ghiaccio subirà ulteriori modifiche così da produrre, una volta raggiunta la costa, un fenomeno spettacolare. Sotto l’effetto combinato delle maree, del moto ondoso e dell’erosione sottomarina, un enorme pezzo di ghiaccio d’acqua dolce che può estendersi per 40 chilometri nel mare, si staccherà dal ghiacciaio con enorme fragore. È nato un iceberg! Un osservatore l’ha descritto come un “castello di cristallo galleggiante”.
Nell’Artide si formano ogni anno da 10.000 a 15.000 iceberg. Tuttavia pochissimi, relativamente parlando, raggiungono le acque più a sud lungo la costa di Terranova. Che ne è di quelli che vi arrivano?
Spostamento degli iceberg
Le correnti oceaniche trasportano la maggior parte degli iceberg che si sono staccati in un lungo viaggio prima di spingerne alcuni a ovest e a sud e infine nel Mare del Labrador, soprannominato Iceberg Alley (Vialetto degli Iceberg). Gli iceberg che dal luogo di origine vanno alla deriva per circa due anni giungendo nell’Atlantico, al largo della costa del Labrador e di Terranova, hanno breve vita. Spingendosi in acque più calde, subiscono un esteso deterioramento dovuto a fusione, erosione e distacco di altri blocchi di ghiaccio.
Di giorno normalmente il ghiaccio fonde e l’acqua si raccoglie nelle fessure. Di notte quest’acqua gela e si espande, facendo staccare dei pezzi di ghiaccio. In tal modo l’iceberg cambia improvvisamente forma, e il suo baricentro si sposta. La massa di ghiaccio si ribalta quindi nell’acqua, mettendo allo scoperto una scultura di ghiaccio completamente nuova.
Mentre il ciclo continua e i castelli di ghiaccio si spaccano riducendosi ulteriormente di dimensione, essi producono i loro propri iceberg, che possono essere grandi quanto una casa di media grandezza, o anche più piccoli, forse come una cameretta. Alcuni di questi piccoli iceberg finiranno anche nelle acque basse del litorale e nelle insenature.
Quali che siano le circostanze, le condizioni ambientali che l’iceberg trova nelle acque meridionali più calde lo faranno rapidamente frammentare in pezzetti di ghiaccio d’acqua dolce che finiranno poi nel possente oceano. Finché questo non avviene, però, con gli iceberg bisogna agire con circospezione.
In che modo gli iceberg influiscono sulla nostra vita
I pescatori che vivono dei prodotti del mare sono portati a considerare gli iceberg fastidiosi e pericolosi. Un pescatore ha detto: “L’iceberg può essere desiderato dai turisti, ma per il pescatore rappresenta una minaccia”. Alcuni pescatori che erano andati a controllare le reti hanno scoperto che un iceberg, spinto dalla marea e dalla corrente, aveva distrutto le loro preziose reti nonché il pescato.
Gli iceberg meritano rispetto. “È meglio mantenere le distanze”, dice lo skipper di una barca a vela. “Gli iceberg sono assolutamente imprevedibili! Enormi blocchi possono staccarsi da iceberg alti, oppure, quando toccano il fondo, grandi pezzi possono staccarsi e rimbalzare fino a voi. L’iceberg può anche roteare e ribaltarsi con conseguenze disastrose per chiunque si avvicinasse troppo!”
Un altro motivo di preoccupazione è che gli iceberg erodono il fondo marino. Secondo un osservatore, “se il pescaggio dell’iceberg è pressoché uguale alla profondità dell’acqua, è noto che esso può scavare lunghi e profondi solchi. Una simile attività nelle aree dove si effettuano ricerche petrolifere avrebbe effetti devastanti sulle strutture costruite sopra i pozzi”.
A questo punto potreste pensare che staremmo molto meglio senza iceberg. La storia degli iceberg, però, non ha solo lati negativi. Un abitante di Terranova ha fatto questo commento: “Anni fa, prima che i frigoriferi diventassero una cosa comune, la gente di alcuni paesini della costa prendeva pezzetti di iceberg e li gettava nei pozzi per mantenere gelata l’acqua. Un’altra abitudine era quella di conservare pezzi di ghiaccio di iceberg in bidoni di segatura per fare il gelato in casa”.
I turisti sono particolarmente attratti da queste colossali montagne di ghiaccio galleggiante. Cercano dei punti favorevoli sulla costa scoscesa di Terranova per avere una vista panoramica dell’Atlantico e poter osservare questi giganti del mare. I fotografi sono occupatissimi a immortalare questi momenti.
Gli iceberg rappresentano inoltre una potenziale e quasi illimitata riserva d’acqua potabile. La distillazione e l’imbottigliamento dell’acqua di iceberg potrebbero infine diventare un’impresa realizzabile in questo tempo di inquinamento idrico senza precedenti. Potrebbe sembrare semplice localizzare un gigantesco “cubo di ghiaccio” e rimorchiarlo in porto per ricavarne acqua potabile. In realtà è una sfida colossale che finora si è rivelata ardua.


Pensiero Biblico sugli Iceberg

Una meraviglia della creazione di Dio

Il Creatore del cielo e della terra chiede: “Dal ventre di chi esce effettivamente il ghiaccio?” (Giobbe 38:29) Eliu lo sapeva, poiché in precedenza aveva detto: “Mediante l’alito di Dio è dato il ghiaccio”. — Giobbe 37:10.
Pertanto, quando osserviamo queste imponenti e scintillanti meraviglie del mare, il nostro pensiero va al Creatore, che ce le ha messe. Come il salmista diciamo: “Quanto sono numerose le tue opere, o Dio! Le hai fatte tutte con sapienza. La terra è piena delle tue produzioni”. E aggiunge: “Meravigliose sono le tue opere”.
Salmo 104:24; 139:14.

domenica 26 luglio 2009

qualche sorriso

Sapete quanti sono gli eschimesi?
No?
Ve lo dico io.
Sono dodici.
Volete sapere come si chiamano?
Eschigennaio
Eschifebbraio
Eschimarzo
E così via


Cosa fanno dodici eschimesi?
Un eschianno



Che rumore fanno gli eschimesi quando bevono la cioccolata calda?
Fanno igloo igloo igloo igloo......



Cos'è il circolo polare artico?
un club esclusivo per eschimesi ricchi.


Piaciute?
Lascia un commento. E magari aggiungine altre con lo stesso tema. Gli eschimesi.
Ma mi raccomando che siano pulite altrimenti saranno cestinate.

Artide: Il paese che non sgela mai




L’ESTREMO nord mi ha sempre affascinato. Da ragazzo, a Gold Beach (Oregon, USA), studiavo le carte geografiche del Canada e sognavo di esplorare luoghi dal nome suggestivo come il Gran Lago degli Schiavi o il Gran Lago degli Orsi. Così un giorno del 1987 il mio amico Wayne ed io cominciammo a fare i progetti per andare a visitare l’Auyuittuq National Park, il primo parco nazionale canadese a nord del Circolo Polare Artico.
Auyuittuq, in lingua inuit, significa “il paese che non sgela mai”. Questo parco è stato creato per preservare le distese artiche fatte di vette frastagliate, valli profonde e fiordi spettacolari e la fauna costiera. Il parco include il Penny Ice Cap, un vasto manto di ghiaccio e neve di 5.700 chilometri quadrati circondato da ogni lato da ghiacciai. Non è strano che Auyuittuq sia soprannominato affettuosamente “la Svizzera dell’Artide”.
L’isola di Baffin, lunga circa 1.600 chilometri, è la quinta isola del mondo in ordine di grandezza. Eppure nessuno dei nostri amici ne aveva mai sentito parlare! Anzi, continuavano a chiederci: “Quand’è che andate in Alaska?” (L’isola di Baffin, pur essendo più o meno alla stessa latitudine dell’Alaska, è circa 3.200 chilometri a est).
Ad Auyuittuq ci sono tre mesi d’estate e nove mesi di inverno, per cui decidemmo di andarci nel 1988, in agosto, dopo che i banchi di ghiaccio si sono sciolti e dopo che la maggior parte dei moscerini ematofagi se ne sono andati. Questo periodo precede anche l’inizio delle nevi di settembre.
Il viaggio fino all’isola di Baffin
Finalmente arrivò il momento tanto atteso. Viaggiammo in automobile da casa nostra, nella Carolina del Nord, fino a Montreal, nel Quebec, dove ci imbarcammo su un aereo di linea, un Boeing 737. Dopo un’ora di volo le nubi si dissiparono, permettendoci di vedere chiaramente il cosiddetto scudo canadese, una zona brulla e rocciosa con centinaia di laghi di ogni forma e dimensione e nessun albero, né piccolo né grande. Dopo una breve sosta a Kuujjuaq (già nota come Fort-Chimo), cominciammo a vedere che la neve arrivava fino al livello del mare. Ben presto sorvolammo la baia di Ungava, la quale, con nostra sorpresa, era piena di iceberg a perdita d’occhio.
Dopo un volo di circa tre ore atterrammo a Iqaluit, che significa “luogo del pesce”. Iqaluit, che un tempo si chiamava Frobisher Bay, è il centro dell’isola di Baffin e la città più grande, con circa 3.000 abitanti.
Dovendo aspettare un paio d’ore per l’altro volo, decidemmo di esplorare la città. La prima cosa che notammo fu l’abbondanza di erioforo, una pianta dai fiori bianchi lanuginosi che gli inuit (un tempo chiamati eschimesi) raccolgono e seccano per usarli come se fossero batuffoli di cotone. Passeggiando fino al porto e poi fino al mare, notammo che la marea stava calando rapidamente. Nei primi due minuti il mare si ritirò di 6 metri!
Poco dopo salimmo su un piccolo aereo ad elica che ci avrebbe portato a Pangnirtung, appena sotto il Circolo Polare Artico. Il volo, della durata di un’ora, ci permise di pregustare alcune delle cose che ci attendevano. Attraverso le fitte nuvole scure si intravedeva ogni tanto una zona deserta con grandi distese di neve, rocce e acqua. Tutto sembrava freddo e tenebroso. E l’arrivo a “Pang” non fece che confermare quell’impressione. Sotto una fitta coltre di nuvole scure, l’aereo virò sopra un fiordo profondo circondato da dirupi montuosi coperti di neve e infine atterrò su una pista di ghiaia.
Idee errate
A “Pang” pioveva, per cui ci riparammo sotto l’ala dell’aereo in attesa dei nostri zaini, in cui c’era tutto il cibo e l’attrezzatura. La stiva dell’aereo fu vuotata, ma della nostra roba non c’era nessuna traccia. Dentro il minuscolo terminal ci dissero che probabilmente sarebbe arrivata con il prossimo aereo, dopo un paio d’ore. Avevamo con noi almeno la tenda, per cui ci mettemmo in marcia per trovare il campeggio. Ci riparammo dalla pioggia nel negozietto vicino al campeggio e ci mettemmo a parlare della città e dei suoi abitanti con la ragazza che lo gestiva.
La ragazza corresse alcune idee errate che ci eravamo fatti. Innanzi tutto, visto che la città aveva un migliaio di abitanti, pensavamo che ci dovessero essere più di 300 abitazioni. In realtà ce ne sono solo 180 circa. La maggior parte delle provviste arrivano per via aerea, vero? “No. Arrivano via nave, una volta l’anno. In effetti arrivano quattro navi”. Una per la Hudson Bay Company, la catena di negozi di generi vari del Nord, una trasporta materiali da costruzione, un’altra petrolio e nafta e l’ultima le merci per tutti gli altri negozi, compreso cibo in scatola per tutto l’anno. Naturalmente, le merci deperibili arrivano per via aerea.
La notte non arrivava mai
Quando infine arrivarono i nostri bagagli piantammo la tenda e preparammo la cena, sempre sotto la pioggia. Una guida ci disse che era lì da tre mesi e aveva visto solo nove giorni di sole! Faceva più caldo del previsto: sia di giorno che di notte la temperatura si aggirava sui 10 gradi.
La notte, però, non arrivava mai; per tutto il periodo che rimanemmo lì continuò a regnare la luce del giorno. Scoprimmo che potevamo fare foto con la luce naturale all’una di notte. Ma come facevamo a dormire se c’era sempre luce? Ebbene, faceva abbastanza freddo da indossare berretti di lana anche per dormire; perciò quando volevamo “spegnere la luce”, bastava che ci tirassimo il berretto sugli occhi.
Una notte fui svegliato alle tre da una luce intensa che veniva da nord. Ero perplesso. Nell’emisfero settentrionale il sole nasce a est, a mezzogiorno è a sud e tramonta a ovest, ma non compare mai a nord. Allora mi resi conto che eravamo in cima al mondo e che d’estate, nel cuore della notte, il sole in effetti splende da nord. Mi ci volle un po’ per abituarmi all’idea.
Quasi tutte le case di Pangnirtung sono assicurate al suolo con forti cavi per motivi di sicurezza, visti i forti venti. La maggior parte delle famiglie possiede un gatto delle nevi per spostarsi in inverno e piccoli fuoristrada a tre o quattro ruote per l’estate. E c’è anche qualche automobile, anche se la città ha solo circa tre chilometri di strade! Visto che la città è situata su un piccolo tratto pianeggiante vicino al fiordo ed è circondata da alti dirupi, non si può guidare da nessun’altra parte.
Ogni famiglia si procura buona parte del cibo cacciando caribù e foche dagli anelli, nonché pescando salmerini. A Iqaluit abbiamo assaggiato un “cariburger”, nonché un hamburger di bue muschiato e persino un po’ di muktuk: pelle di balena a cui è ancora attaccato il grasso. A differenza del grasso di manzo, il grasso di balena non ha un gusto untuoso, nemmeno se è freddo, e ci è stato detto che contiene alcune proteine.
In seguito facemmo un trekking di sei giorni nell’Auyuittuq National Park, un paradiso fatto di neve, ghiaccio, ghiacciai, cime rocciose e cascate.
Quando il nostro aereo decollò da Pangnirtung e virò verso sud sorvolando il fiordo, ringraziammo Dio che ci aveva dato l’opportunità di visitare questo territorio isolato. Ancor oggi la nostra mente torna spesso a quegli amichevoli inuit che vivono nel paese che non sgela mai.

Tratto da “Svegliatevi” del 08/01/1994


giovedì 23 luglio 2009

Il grande "Orso Bianco" dell'Artide

Ed ecco a voi: Il re dei ghiacci


NON mi vedete, vero? È facile capirlo perché guardate dritto verso la cresta di ghiaccio su cui mi trovo senza manifestare alcun segno di paura. Siete totalmente assorti nel paesaggio e non fate nessun movimento per fuggire come fareste se sapeste che sono qui. Dato che posso raggiungere in un attimo la velocità di ben 40 chilometri orari, potrei essere in pochi secondi nel punto in cui vi trovate!
Forse se spostassi la zampa con cui mi sto coprendo il naso nero mi vedreste, ma non voglio spaventarvi. E poi ho appena pranzato, quindi preferisco rilassarmi come facciamo spesso noi orsi dopo aver mangiato.
Intanto, perché non dirvi qualcosa di me? Vi farete un’idea migliore di questa parte del pianeta. Rappresento così bene questa zona glaciale che mi chiamano “il simbolo stesso dell’Artide”.

La mia famiglia
Dato che ho già detto “noi orsi”, probabilmente avrete indovinato che sono un orso polare. Saprete che al sud ho dei cugini più scuri, sebbene alcuni rappresentanti della mia famiglia — i grizzly e i baribal — si possano trovare anche al di sopra del Circolo Polare Artico.
Ci sono notevoli differenze fra noi e gli altri orsi. Per esempio paragonate il nostro collo e la nostra testa con quelli degli altri. Abbiamo il collo più lungo e la testa più piccola. Di rado, inoltre, ci troverete sulla terraferma come avviene per altri rappresentanti della famiglia. Il mare è il nostro elemento. (Questa è forse la ragione per cui gli scienziati ci chiamano Thalarctos maritimus). Un’altra differenza è che, per necessità, la nostra dieta è quasi interamente carnivora.
La nostra pelliccia, come sapete, è di colore bianco sfumato di giallo. Per questo vi era difficile vedermi. Peso circa 550 chili, il peso medio di un adulto. Ma alcuni rappresentanti della mia famiglia hanno raggiunto i 725 chili di peso e superato i tre metri di lunghezza! In media noi maschi siamo lunghi circa 2 metri e mezzo. Le femmine sono più piccole.
Il luogo dove viviamo
Noi grandi orsi polari ci troviamo proprio nel nostro ambiente nelle regioni polari dell’emisfero settentrionale. Non viviamo nell’Antartide, è vero, ma del resto neanche i pinguini vengono quassù fino al Circolo Polare Artico. Come molti altri animali che si spostano da una nazione all’altra, noi vagabondiamo nell’Artide senza tenere minimamente conto dei confini nazionali. Alcuni di noi possono essere nati in territorio russo, come nella Novaja Zemlja, ma forse ci spostiamo in isole norvegesi come le Svalbard. Alcuni rappresentanti della mia famiglia che vive qui nel Canada sono stati visti d’inverno in zone così meridionali come il Golfo del San Lorenzo e la penisola di Gaspé. D’estate, però, ce ne stiamo molto più a nord. Un mio parente ricorda di aver visto il sottomarino americano Skate emergere vicino al Polo Nord!
Cosa ci induce a condurre una vita così nomade? La ricerca del cibo. I nostri viaggi pertanto non sono vagabondaggi privi di senso. Seguiamo i cicli stagionali del Mar Glaciale Artico. Il limite dei ghiacci varia da stagione a stagione.
Forse voi uomini ammirate la bravura dei vostri nuotatori su lunghe distanze, ma sono stati individuati alcuni rappresentanti della nostra famiglia di orsi polari a oltre 60 chilometri dalla terraferma. Come riusciamo ad arrivarci? Con le nostre robuste zampe anteriori ci spingiamo da un banco di ghiaccio galleggiante all’altro in questi freddissimi mari. Questo stile di nuoto con le zampe anteriori è una caratteristica degli orsi polari.
Adattamento all’ambiente
Osservate bene le mie zampe. Quel cuscinetto di peli di cui ciascuna di esse è munito fornisce una salda presa che è l’ideale per un orso polare. Un’altra cosa che ci aiuta a procurarci da mangiare è il nostro eccellente senso dell’odorato. Noi orsi polari sentiamo l’odore del grasso di balena che viene bruciato dagli uomini a oltre tre chilometri di distanza. Fra tutti gli orsi siamo quelli che hanno la vista migliore. Queste due cose messe insieme ci compensano di qualsiasi scarsità di udito. E sapevate che abbiamo una membrana oculare che ci protegge gli occhi dalle raffiche di neve e dagli effetti accecanti del sole in quest’area con tanto candore? Non abbiamo bisogno di occhiali da sole!
In acqua ci troviamo a nostro agio perché il grasso del corpo e il pelame fitto e oleoso ci aiutano a stare a galla, oltre a proteggerci dalle temperature gelide in mare e sulla terraferma. Si crede addirittura che i peli del nostro mantello raccolgano la luce ultravioletta sulla superficie della nostra pelle, il che ci aiuta a tenerci caldi.
Il nostro innato sistema di navigazione è una manna per noi mentre seguiamo gli alti e bassi della catena alimentare durante i cambiamenti delle stagioni. Che siamo abili navigatori si vede da questo fatto: alcuni di noi eravamo stati trasportati a una distanza di centinaia di chilometri da un luogo di scarico di Cape Churchill nel Canada settentrionale, ma abbiamo subito trovato la via del ritorno! Normalmente, però, andiamo a caccia per tutto l’inverno.
Vita in famiglia
Il periodo dell’accoppiamento è la primavera o il principio dell’estate, e comincia quando abbiamo tre o quattro anni. Dopo l’accoppiamento, noi maschi andiamo a caccia di cibo. D’inverno le femmine trovano riparo in tane scavate nella neve. In alcune zone vi si rifugiano fino a 200 femmine. Gli orsacchiotti — ne nascono di solito due in dicembre o gennaio — sono ciechi e non sono molto più grandi di un coniglietto. È un piccolo inizio per un animale che da grande arriva a pesare più di mezza tonnellata! Ma cresciamo in fretta.
Ricordo ancora quando ero nella tana: protetto dagli elementi esterni e riscaldato dal grasso del corpo di mia madre e dall’aria calda trattenuta in una cavità situata più in alto dell’ingresso. Era un tempo dedicato a mangiare e crescere. Ricordo ancora il sapore del latte caldo e sostanzioso di mia madre, con quel caratteristico aroma di nocciola. Squisito! Ma tutto questo finì verso marzo. Poi mia madre aprì un varco nel tetto del nostro ricovero nella neve e uscimmo fuori. Com’eravamo eccitati mia sorella ed io! A questo punto pesavamo una decina di chili.
Quel giorno cominciammo anche ad essere addestrati. Non appena ci fummo abituati alla luce entrammo in acqua con mia madre e cominciammo a nuotare. Era naturale per noi. Gli eschimesi dell’Alaska ci hanno appropriatamente chiamati ah tik tok, che significa “quelli che scendono al mare”. Quando eravamo stanchi di nuotare ci attaccavamo alla coda della mamma per farci rimorchiare! Per un paio d’anni le nostre madri ci addestrano per la vita nell’Artide, dopo di che siamo pronti per andarcene di casa e metter su famiglia.
Noi orsi polari viviamo in un posto bellissimo: fra sculture di neve e di ghiaccio, in un mare sconfinato e su coste frastagliate. Spesso esprimiamo la nostra gioia con un forte ringhio di soddisfazione. In questo ambiente viviamo fino a 30 anni e più, ma ho sentito che alcuni di noi sono vissuti fino a 40 anni nei vostri giardini zoologici.
Be’, penso di avere riposato abbastanza. Spero che questo incontro vi abbia fatto piacere. Sono certo che vi ha aiutati ad apprendere che la vita continua in maniera meravigliosa anche nel rigido ambiente del Polo Nord. Quindi la prossima volta che vedete un orso bianco allo zoo non vi lasciate ingannare. Nella realtà la vita dell’orso polare è molto più affascinante. Ci vediamo alla vostra prossima spedizione nell’Artide!


mercoledì 22 luglio 2009

Il segreto della pelliccia dell'Orso Polare

Nonostante il suo ovvio aspetto, la pelliccia dell’orso polare non è bianca. Con un esame effettuato per mezzo di un microscopio elettronico a scansione dall’esperto di chimica fisica Malcolm Henry, si è scoperto che la pelliccia è formata da minuscoli tubicini cavi non contenenti pigmento. La superficie interna è scabra, quindi riflette la luce visibile come fiocchi di neve trasparenti. Si pensa che i caldi raggi ultravioletti del sole penetrino attraverso i tubicini e questo aiuti l’orso polare a stare al calduccio.

Barzelletta (?)

Un cucciolo d'orso va dalla mamma e le chiede:
- Mamma, che razza d'orso sono io?
- Sei un orso polare - risponde la mamma.
Ma l'orsacchiotto insiste:
- Mamma, sei sicura che io non sia un orso bruno?
- No, sei un orso polare, ti dico.
Ma il cucciolo non e' ancora soddisfatto: - Sei sicura che io non sia un grizzly?
- Perchè fai tutte queste domande?! Sei un orso polare! risponde arrabbiata la mamma.
L'orsacchiotto allora va dal papà orso e gli chiede:
- Papà, sono forse un panda io?
- No, tu sei un orso polare - risponde il padre.
Ma il cucciolo chiede ancora: - Sei sicuro che non sia un koala?
- No, sei un orso polare.
Ma perchè fai tutte queste domande? chiede seccato papà orso.
L'orsetto scoppia a piangere e mugola: - Perchè io ho freddo

A molti è stata raccontata questa barzelletta e molti non hanno riso (e hanno ragione). Ma alla luce di quanto detto sopra acquista significato. Forse può aiutare a fare un accenno di sorriso.


Colmo per un "Leone"

Preferire cento giorni da pecora, piuttosto che uno da leone.

lunedì 20 luglio 2009

Isole Capo Verde: "Che meraviglia"








L’arcipelago di Capo Verde, situato a 450 km dal Senegal, si trova all'incrocio dei tre continenti che circondano l'Atlantico, a mezza strada tra il tropico del Cancro e l’Equatore. Di origine vulcanica, Capo Verde è formato da dieci piccole isole, una diversa dall’altra per aspetto, rilievi e vegetazione: si viene attratti incessantemente dagli accentuati contrasti tra le sei isole più occidentali, caratterizzate da rilievi accidentati, e le altre tre, dalle lunghe distese sabbiose. Sembra quasi che le isole si vogliano allontanare dal continente africano, spinte dai venti Alisei, per dirigersi verso le coste del Brasile. Sono divise in due gruppi: quelle di Sopravento, che sono Sal, Boavista, San Nicolão, Santa Luzia, São Vicente, Santo Antão, e quelle di Sottovento, più a sud, che comprendono Maio, Santiago, Fogo e Brava. Sal è l’isola più turistica di tutto l'arcipelago, quella dove sorgono le maggiori strutture alberghiere e atterrano i voli internazionali. L'interno è brullo, piatto e lunare, ma non appena ci si avvicina al mare l'isola svela tutte le sue meraviglie. A sud c’è la spiaggia di Santa Maria, con otto chilometri di sabbia chiarissima su un mare intensamente azzurro. E' il posto ideale per gli amanti di windsurf e kitesurf: proprio qui, infatti, si svolgono i campionati mondiali di questi sport acquatici. Particolare è Pedra de Lume, isola la cui principale attività per secoli è stata l’estrazione del sale marino. Qui gli edifici industriali appaiono come piccole montagne bianche scintillanti sotto il sole, con le vasche dai colori variopinti. A tuffarsi in acqua si galleggia leggeri, poichè la forte concentrazione salina sostiene il peso del corpo. Biglietto da visita di Capo Verde sono la cortesia, la spontaneità e l’allegria, mischiate alla nostalgia dei suoi abitanti, che si esprime nella musica coinvolgente e suadente. Ancora, il mare blu, pulito e ricchissimo di pesce, le montagne mozzafiato, le lunghe spiagge e il sole, che durante l'anno irradia calore, un clima tropicale e secco dalle temperature medie intorno ai 25°. Ma é anche per gli abbondanti e vari frutti di mare che il mare di Capo Verde é molto rinomata: l'aragosta, vari tipi di granchi, molluschi dalle belle conchiglie e coralli costituiscono la gioia dei collezionisti. Addirittura la tartaruga, in via di estinzione in tutto il mondo, sceglie queste spiagge per la deposizione delle uova. Il che fa di Capo Verde l'habitat preferito di diversi tipi di questa specie.
Clima
Il clima dell'arcipelago di Capo Verde è tropicale secco, la temperatura media annua oscilla intorno ai 25° C e le escursioni termiche, grazie all'influenza dell'oceano, non superano i 10 ° C. In mare la temperatura oscilla nei mesi di febbraio/marzo intorno a 21° C e nei mesi di settembre/ottobre intorno ai 25° C. In teoria la stagione delle piogge riguarda i mesi di agosto, settembre, ottobre, ma in realtà piove poco e la piovosità varia di anno in anno, da isola ad isola e anche da luogo a luogo. L'arcipelago è interessato da un vento proveniente generalmente da nord est, che aumenta d'intensità fino al mese di luglio. I venti caldi provenienti dal continente africano arrivano, in genere, a gennaio/febbraio.
Popolazione
In seguito alla scoperta delle isole di Capo Verde (nel 1460), da parte dei portoghesi ed il successivo popolamento delle isole, sorse un popolo derivante dall'unione di europei ed africani, che ha acquistato una propria identità e lingua, che costituisce oggi la maggioranza della popolazione, accanto ad una minoranza di africani ed europei. La popolazione che vive all'estero è superiore a quella residente.
Ora
A Capo Verde occorre spostare le lancette dell'orologio 2 ore indietro rispetto all'Italia, 3 ore indietro quando in Italia c'è l'ora legale.
Lingua
La lingua ufficiale di Capo Verde è il portoghese. Molto diffuso il Crioulo, che sarebbe un misto di portoghese e lingue africane.
Economia
La siccità e le scarse risorse di queste isole, hanno spinto i capoverdiani ad emigrare all'estero, i quali inviano rimesse di denaro ai familiari residenti nell'arcipelago. Queste entrate di denaro, insieme agli aiuti umanitari, costituiscono una fonte molto importante per l'economia del paese. L'agricoltura, molto condizionata dalla quantità di pioggia caduta, si basa sulla coltivazione di granturco, zucca, fagioli, patata dolce e manioca. La pesca può contare su un mare molto ricco e crea un commercio di sussistenza oltre a fornire cibo a molti capoverdiani. Lo sfruttamento intensivo del mare viene riservato dal governo, a giapponesi ed europei, in cambio di denaro. Sono in aumento le presenze turistiche, grazie agli investimenti di stranieri, attirati dagli incentivi previsti dalle leggi del governo di Capo Verde.
Quando andare
Una caratteristica di queste isole è la presenza del vento, che soffia senza distinzioni di stagioni. I mesi migliori per visitare Capo Verde sono da aprile a giugno.


giovedì 16 luglio 2009

Barzelletta

Due carabinieri sulle rive dell'oceano:
- Appuntato, che pesci sono quelli?
- Squali !!??!!
- Squelli !!!!

Lo "Squalo bianco"

Gran bell'animale il leone, vero? Si addice proprio a lui la regalità. Ma il leone è soltanto il re della Savana. Chi è il re dei mari?

LO SQUALO BIANCO




Il pesce carnivoro più grande del mondo, lo squalo bianco, è probabilmente la creatura più temuta dall’uomo. Oggi, però, è una specie protetta in alcune o tutte le acque di Australia, Brasile, Namibia, Stati Uniti e Sudafrica, nonché nel Mediterraneo. Anche altri paesi stanno valutando la possibilità di iscriverlo tra le specie protette. Ma perché proteggere un pesce assassino? Come vedremo, le cose non sono così semplici. E l’immagine che la gente si è fatta dello squalo bianco non sempre corrisponde alla realtà.
INSIEME all’orca e al capodoglio, lo squalo bianco è al vertice della catena alimentare marina. È il re degli squali. Mangia di tutto: pesci, delfini, persino altri squali. Ma quando invecchia e diventa più grosso e più lento, comincia a prediligere foche, pinguini e carogne, soprattutto di cetacei.
Per localizzare il cibo la maggioranza degli squali si avvale di tutti i sensi, tra cui l’ottima vista. Quanto all’olfatto, basti dire che non è esagerato paragonarli a nasi che nuotano! E l’udito non è da meno, al punto che si potrebbero anche definire orecchi che nuotano.
Oltre agli orecchi, lo squalo ha lungo ciascun lato del corpo dei recettori che reagiscono agli stimoli di pressione. Nulla sfugge a questo sistema di ascolto, che è particolarmente sintonizzato sulle vibrazioni caratteristiche della lotta, come ad esempio quelle prodotte da un pesce che si dimena dopo essere stato colpito da una fiocina. Per questo motivo è bene che chi fa pesca subacquea tiri fuori dall’acqua il più presto possibile i pesci che sanguinano e si dimenano.
Gli squali sono dotati anche di un sesto senso. Grazie alle ampolle di Lorenzini — minuscoli condotti disseminati intorno al naso — riescono a percepire i deboli campi elettrici generati da un cuore che pulsa, dall’attività delle branchie o dai muscoli impegnati nel nuoto, localizzando così le potenziali prede. Questo sesto senso è talmente sviluppato che potrebbe persino permettere agli squali di percepire l’interazione del campo magnetico terrestre con il mare. In questo modo gli squali potrebbero essere in grado di distinguere il nord e il sud.
Come riconoscere lo squalo bianco
A dispetto del nome, nello squalo bianco solo la parte ventrale è bianca o chiara. Il dorso in genere è grigio scuro. I due colori si incontrano sul fianco del pesce lungo una linea serpeggiante che varia da squalo a squalo. Questo permette allo squalo di mimetizzarsi meglio, e agli scienziati di distinguere uno squalo dall’altro.
Quanto diventano grandi gli squali bianchi? “Gli squali bianchi più grandi di cui siano disponibili misure precise”, dice un libro, “vanno dai 5 metri e 80 centimetri ai 6 metri e 40”. (Great White Shark) Pesci del genere possono pesare più di due tonnellate. Nondimeno, grazie al corpo affusolato e alle pinne triangolari leggermente ricurve all’indietro, questi mostri scivolano nell’acqua come missili. La loro possente coda quasi simmetrica è un’altra rarità nel mondo degli squali, in quanto nella maggior parte delle altre specie di squali la coda è fortemente asimmetrica.
I tratti più caratteristici, nonché temibili, dello squalo bianco sono l’enorme testa conica, gli occhi neri inespressivi e la bocca piena di affilatissimi denti triangolari dai margini seghettati. Man mano che questi “coltelli” a due tagli si scheggiano o cadono, un meccanismo analogo a un nastro trasportatore spinge avanti i denti di ricambio.
Resi più forti dal sangue più caldo
L’apparato circolatorio degli squali della famiglia dei Lamnidi, che include il mako o squalo tonno, lo smeriglio o squalo nasuto e lo squalo bianco, è molto diverso da quello della maggioranza degli altri squali. La temperatura del sangue è di 3-5 gradi superiore a quella dell’acqua. Il sangue più caldo accelera la digestione e accresce la forza e la resistenza di questi pesci. Il mako, che si nutre di veloci pesci pelagici, come il tonno, è capace di scattare, per brevi tratti, a 100 chilometri l’ora!
Quando gli squali nuotano, le pinne pettorali generano portanza, come le ali di un aereo. Se nuotano troppo lentamente vanno in stallo e affondano, nonostante la riserva d’olio che li aiuta a galleggiare e che sta nel fegato, il quale è talmente sviluppato da rappresentare fino a un quarto del peso totale dello squalo! Inoltre, molte specie di squali devono nuotare continuamente per respirare, perché in questo modo fanno circolare acqua ricca d’ossigeno nella bocca e nelle branchie. È per questo che hanno sempre quel ghigno imperturbabile.
Un mangiatore di uomini?
Su 368 specie di squali attualmente conosciute, solo una ventina sono pericolose. E di queste, solo quattro sono responsabili della maggioranza del centinaio di attacchi a esseri umani che si verificano ogni anno nel mondo, una trentina dei quali sono letali. Le quattro specie che attaccano l’uomo sono lo squalo Zanibezi o squalo toro (Carcharhinus leucas), che probabilmente è quello che ha fatto il maggior numero di vittime fra gli esseri umani, lo squalo tigre, il pinna bianca oceanico (Carcharhinus longimanus) e lo squalo bianco.
Fatto sorprendente, almeno il 55 per cento di coloro che sono stati attaccati da uno squalo — e in certe parti del mondo, circa l’80 per cento — sono sopravvissuti. Come mai tanti sono sopravvissuti all’attacco di un così temuto predatore?
Mordi e sputa
Lo squalo bianco, dopo aver inferto un primo, potente morso, sputa la preda ferita e aspetta che muoia prima di mangiarla. Se la vittima è un essere umano, questo comportamento consente di tentare un salvataggio. A volte questo è stato effettuato da compagni coraggiosi, il che dimostra la saggezza del consiglio di non nuotare mai da soli.
Questi tentativi di salvataggio, però, equivarrebbero a un suicidio se non fosse per un’altra particolarità dello squalo bianco. L’odore del sangue non scatena in lui una voracità incontrollata, come avviene in altri squali. Ma perché lo squalo bianco usa la strategia del “mordi e sputa”?
Un ricercatore ipotizza che questo dipenda dagli occhi. A differenza di altri squali, lo squalo bianco non ha gli occhi protetti da una membrana simile a una palpebra; quando sembra che una collisione sia imminente, si limita a ruotare gli occhi nelle orbite. Nel momento dell’impatto gli occhi sono esposti, e rischiano di essere danneggiati, ad esempio, dalle unghiate di una foca. Per questo motivo lo squalo bianco in genere prima colpisce mortalmente la preda e poi la lascia.
Bisogna poi ricordare che gli squali bianchi si comportano in modo molto simile ai neonati: mettono in bocca tutto quello che gli capita intorno per capire di che si tratta! “Purtroppo, quando uno squalo bianco dà un morso [d’assaggio], le conseguenze possono essere tremende”, spiega John West, biologo marino a Sydney, in Australia.
Pur essendo un animale pericoloso, lo squalo bianco non è un mostro divoratore di uomini. Un pescatore di conchiglie che ha passato 6.000 ore in mare ha visto solo due squali bianchi, e nessuno d’essi l’ha attaccato. Anzi, spesso lo squalo bianco fugge davanti all’uomo.
Mentre erano in immersione al largo delle Isole del Capo Verde, l’oceanografo Jacques-Yves Cousteau e un suo collaboratore si imbatterono in un enorme esemplare di squalo bianco. “Reagì nella maniera più imprevedibile”, scrisse Cousteau. “Spaventato a morte, il mostro liberò una nuvola di escrementi e se la svignò a una velocità incredibile”. Cousteau concluse dicendo: “Riflettendo su tutte le esperienze avute con lo squalo bianco, ero sempre colpito dall’enorme divario tra l’idea che la gente si è fatta di questa creatura e quello che avevamo visto noi”.
Da predatore a preda
L’opinione popolare è stata molto influenzata dal romanzo degli anni ’70 intitolato Lo squalo, da cui fu tratto un famoso film. Da un giorno all’altro lo squalo bianco divenne la personificazione del male, e “frotte di cacciatori di trofei fecero a gara per vedere chi sarebbe stato il primo a esibire sopra il caminetto la testa o le mascelle del mangiatore di uomini”, spiega un libro. (Great White Shark) Con il tempo, un dente di squalo bianco su una montatura arrivò a costare anche 1.000 dollari (in Australia), e un paio di mascelle complete più di 20.000 dollari.
La stragrande maggioranza degli squali bianchi, però, muore nelle reti dei pescherecci. Ogni anno, inoltre, vengono pescati milioni di squali per soddisfare il fiorente mercato di prodotti da essi derivati, soprattutto di pinne. Negli ultimi anni, vista la diminuzione del pescato, in tutto il mondo sono risuonati campanelli d’allarme, soprattutto per quanto riguarda lo squalo bianco.
Si comincia a capirlo
Gli squali scorrono i mari in cerca di prede malate, morenti, malandate o morte. Una popolazione di squali sana mantiene dunque sano e pulito il mare.
Riconoscendo che la sopravvivenza degli squali è in pericolo, una speciale commissione dell’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura ha istituito un “gruppo di esperti sugli squali” per studiare il problema nella sua globalità. Ma studiare lo squalo bianco non è facile: non sono animali prolifici, e in cattività muoiono. Per questo bisogna studiarli nel loro habitat.
Più l’uomo ha acquistato conoscenza degli squali, più il suo atteggiamento nei confronti di queste creature affascinanti è cambiato. Ma lo squalo bianco è rimasto lo stesso. Pur non essendo un mostro diabolico, è pur sempre un animale pericoloso, e va trattato con cautela e rispetto. Con molto rispetto!



domenica 12 luglio 2009

Serengeti: Il giardino di Eden dell'Africa


Il Serengeti è una terra selvaggia. Situato fra la Tanzania e il Kenya, è un’immensa distesa erbosa che include una zona di circa 30.000 chilometri quadrati. Qui la terra è coperta da uno strato di ricco suolo vulcanico, che crea le condizioni ideali per il lussureggiante tappeto erboso che ricopre il suolo. Ci sono zone boschive di acacia e savane di biancospini che forniscono il fogliame necessario alle famiglie di elefanti. Branchi di giraffe si spostano nella savana con incedere lento ed elegante.
In certe zone affioramenti di granito, resi lisci dal vento e dalla pioggia, svettano sulle pianure e costituiscono un punto di osservazione ottimale per leoni e leopardi. Fiumi impetuosi che serpeggiano nella regione brulicano di ippopotami e coccodrilli. Sulle pianure sconfinate si vedono pascolare branchi di gnu, alcelafi, damalischi e molti altri tipi di antilopi. Zebre assetate si radunano presso una pozza d’acqua, circondandola come se fossero grani bianchi e neri di una collana. Gazzelle e impala si muovono a grandi balzi con agilità. Grosse mandrie di bufali cafri con le massicce corna ricurve e il corpo robusto brucano lentamente, strappando ciuffi d’erba con l’ampia bocca.
Nel Serengeti ci sono molti branchi di leoni. Nelle ore calde del giorno poltriscono all’ombra di alberi e arbusti, aspettando il fresco della sera per andare a caccia. I leopardi sono quasi invisibili quando se ne stanno elegantemente sdraiati sui rami superiori degli alberi, mimetizzati dalla luce che penetra a sprazzi sotto il fogliame. Le vaste distese erbose sono il luogo ideale per gli scatti fulminei del ghepardo. Mentre attraversa di corsa le pianure a caccia di prede, la sua sagoma snella diventa vaga e indistinta.
In effetti l’ecosistema del Serengeti è un meraviglioso paradiso della fauna da osservare. Tuttavia una delle più grandi meraviglie del mondo animale sono gli enormi branchi di gnu.


Barzelletta: Il leone e l'elefante

Il leone, re della foresta, va in giro per la savana. Vede una zebra, la rincorre, la raggiunge e le sibila con tono da essere superiore:
- Dimmi Zebra, chi è il re della foresta?
- E la zebra con un filo di fiato e tutta tremante: Sei tu, mio sire.
E il leone con tono soddisfatto: - Va bene Zebra, va pure, la tua fedeltà ti ha salvato.
Il leone riprende la sua passeggiata finché non vede una gazzella; la rincorre, la raggiunge e le sibila:
- Dimmi gazzella, chi è il re della foresta?.
E la gazzella, tremando e con un filo di voce gli risponde:
- Maestà, sei tu il mio signore.
E il leone sempre con tono altezzoso: -Va bene Gazzella, va pure, il tuo re ti fa grazia della vita.
Il leone riprende la sua passeggiata finché arriva al fiume dove incontra l'elefante; gli si para davanti e gli dice:
- Dimmi, elefante, chi è il re della foresta?
L'elefante, evidentemente infastidito, lo guarda dall'alto in basso. Poi lo afferra con la proboscide e lo scaglia lontano. Il leone si rialza e zoppicando, gli si rifà sotto e gli grida con tono alterato:
- Dimmi elefante, chi è il re della foresta?
L'elefante si gira di scatto, lo afferra con la proboscide e lo scaglia ancora più lontano. Il leone riesce, sempre più a fatica a rialzarsi. Con una zampa rotta e qualche costola incrinata, si mette di nuovo davanti all'elefante e gli grida:
- Elefante, ma se non ti ricordi chi è il re della foresta, è inutile che ti arrabbi tanto!!!".

giovedì 9 luglio 2009

Pensiero Biblico

Anche se oggi animali come i leoni si nutrono di altri animali, evidentemente in principio non era così. (Genesi 1:30) Il profeta Isaia indica che nel futuro nuovo mondo, “il lupo e l’agnello stessi pasceranno insieme, e il leone mangerà la paglia proprio come il toro”. Sì, “un semplice ragazzino li condurrà”. — Isaia 11:6-9; 65:25.

Il "Leone Africano"



Vita di gruppo nel Serengeti
IL LEONE africano è spesso chiamato il re degli animali, e ciò è comprensibile. Ha una splendida criniera. I grandi occhi color ambra vi fissano con sereno distacco. Lo circonda un’aria di maestà. E quando all’improvviso si alza ed emette un assordante ruggito udibile fino a 8 chilometri di distanza, un brivido vi corre lungo la schiena. Questo è senz’altro il re degli animali!
Se però lo osservate nel suo ambiente, quell’immagine regale risulta un po’ sbiadita. Dorme molto. Sta spesso sdraiato. A volte si allunga sui rami di un albero, lontano dai piccoli che si divertono a camminare sopra gli adulti. E ama starsene a pancia all’aria, per riscaldarsi ai raggi del sole. Passa così circa 20 ore della giornata.
E le altre quattro ore? Ebbene, quando le femmine — su cui ricade l’onere della caccia — mettono in tavola la carne, lui è in prima fila. Dopo tutto, è il re, non vi pare? È anche padre e affronta gli altri leoni che invadono il suo territorio. Perciò è padre, combattente, bighellone e indolente. E re, per un po’.
In effetti non è solo nell’assolvere questi compiti. I leoni sono l’unica specie gregaria di felini. Il nucleo sociale dei leoni è il branco, formato di solito da due o tre grossi maschi, cinque o dieci femmine nell’età della riproduzione e numerosi piccoli e giovani adulti. Comunque i branchi possono essere molto più grandi, fino a 40 animali o più. Ciascun branco ha il suo territorio, del diametro di diversi chilometri, da cui i maschi più grandi tengono fuori gli intrusi.
Il peso della caccia ricade più che altro sulle femmine, che vi si dedicano solitamente di notte. Sono più leggere (110-135 chili) e perciò più veloci dei maschi (che pesano di più, sui 180-225 chili). Ciò nonostante, le femmine vanno a caccia di prede che sono più veloci di loro. Quindi è un vantaggio per le leonesse cacciare in gruppo. Alcune si nascondono mentre altre circondano la preda e la spingono verso quelle che stanno in agguato.
Le leonesse sono in genere buone madri. Il piccolo prenderà il latte per i primi due o tre mesi dopo di che la madre lo porterà accanto a un animale che ha ucciso e gli farà assaggiare la carne. Ma il piccolo continuerà anche a prendere il latte fin verso gli otto mesi, quando la madre lo esaurisce. Essa andrà a caccia insieme ai piccoli per due anni o più, così che impareranno osservandola.
In famiglia regna di solito una buona atmosfera. Le leonesse stanno in gruppo e si prendono cura dei piccoli a vicenda. Se hanno fame, i piccoli prendono il latte da qualsiasi leonessa ne abbia. I piccoli trascorrono molto tempo a inseguirsi e a lottare fra loro. A volte una leonessa partecipa al gioco, muovendo a scatti la coda mentre il piccolo cerca di acchiappargliela e addentarla. Anche i maschi più grossi tollerano, fino a un certo punto, che i piccoli si arrampichino loro addosso e tirino loro il pelo. Il branco rimane nel territorio, ma non stanno sempre tutti insieme. Quando però si riuniscono, si salutano strofinandosi il muso.
Il branco rimane unito a lungo. La maggior parte delle femmine sono nate e cresciute nel branco, per cui sono imparentate fra loro. Dopo qualche decennio ci saranno sorelle, madri, nonne, sorellastre, cugine, ecc. I maschi giovani, però, quando arrivano a tre anni, vengono scacciati dai maschi più vecchi.
Essi, comunque, restano insieme come gruppo. Possono essercene due o tre, o cinque o sei, e dopo un paio d’anni, quando hanno raggiunto la maturità e sono forti, possono imbattersi in un altro branco, cacciarne i maschi e prendere le femmine. Se ciò accade, i nuovi maschi uccidono i piccoli. Questo vuol dire che la progenie verrà poi dai nuovi maschi. Vuol dire pure che le femmine entreranno in calore subito dopo. Più numeroso è il gruppo dei maschi nel branco, meno è probabile che un altro gruppo di maschi riesca a scacciarli e a sostituirsi ad esso.
Pertanto è nell’interesse di un maschio che nel suo branco ci siano altri maschi. Mentre le femmine restano di solito nel branco per tutta la vita — circa 18 anni — i maschi vengono di solito sostituiti da un gruppo di maschi più giovani e più forti nel giro di due o tre anni. I maschi scacciati hanno la vita dura. Non essendo più nel fiore degli anni, spesso sono incapaci di procurarsi abbastanza da mangiare. Per questo alla fine del paragrafo 3 si è detto che il leone è re “per un po’”.
È raro che i maschi imparentati del branco combattano per le femmine. Spesso le femmine del branco vanno in calore tutte nello stesso tempo. Il primo maschio che trova una femmina disponibile la possiede. Gli altri maschi se ne stanno a distanza. Ma dato che tutte le femmine sono disponibili quasi contemporaneamente, tutti i maschi di solito hanno una femmina con cui accoppiarsi.
Ci sarà così un maggior numero di piccoli, il che significa più liti domestiche, che sono snervanti, come tutte le madri e tutti i padri sanno bene.


lunedì 6 luglio 2009

Benvenuti


Salve amici,
Sto preparando il mio blog per parlarvi di tanti animali e dei paesi dove vivono. Ogni settimana vi parlerò di un animale diverso. Spero che mi seguirete.
A presto.

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